Giovedì, 14 Dicembre 2017 12:00

Venezuela ed Arabia Saudita: quando il petrolio è tutto

Venezuela e Arabia Saudita sono due Nazioni particolari: sono 'petrostati', lontani geograficamente ma simili in problemi ed approcci risolutivi.

Torniamo a parlare, dopo questo articolo, di Venezuela. Confrontando la sua situazione con quella di un altro Paese dipendente dal petrolio.

Cominciamo dal Paese sudamericano. Ha laghi enormi, una vegetazione lussureggiante, uno tra estuari più grandi del mondo, il delta dell’Orinoco, che si affaccia sul Mar dei Caraibi ed ha una popolazione essenzialmente cristiana. Il Paese arabo, invece, è in gran parte desertico; si tratta della culla dell’Islam, che si affaccia sul Golfo Persico - pardon, Golfo Arabo secondo i locali. Il primo è una democrazia liberale dal 1958, mentre il secondo prende il nome direttamente dal suo primo sovrano - Abd al Aziz al Saud - ed è dal 1932 una monarchia assoluta.

Hanno un destino comune, evidentemente legato al fatto di contenere immense riserve di petrolio.

La loro ricchezza è gestita, nel primo caso, dal ministro del petrolio venezuelano Juan Pablo Pérez Alfonzo - il 'padre dell’OPEC'. Nel secondo caso, invece, il gestore del petrolio saudita è Abullah al Tariki, primo ministro del petrolio saudita, lo 'sceicco rosso'. Come il collega sudamericano, è anche lui tra i protagonisti della nascita dell’OPEC, che si incontrò per la prima volta - guarda caso - nel 1960 proprio a Baghdad.

Dalla fine degli anni '20 il Venezuela è stato il maggiore esportatore di petrolio al mondo. Poi, dopo circa 40 anni, dagli anni '70 fino ai giorni nostri il primato è dell’Arabia Saudita. Sono quindi 'petrostati', ossia per queste Nazioni il petrolio è la quasi totalità delle esportazioni e copre quasi interamente le entrate statali, per garantire importazioni di beni di consumo, manodopera più o meno qualificata e strumenti industriali.

Allora, sono entrati in una crisi drammatica quando i prezzi del petrolio, dalla fine del 2014, si sono dimezzati. Pensate, in Europa sembra destabilizzante un calo delle entrate fiscali dell’1 o del 2 percento in un anno: Venezuela e Arabia Saudita, invece, stanno subendo un calo delle entrate fiscali in un solo anno del 50 percento!

A parte gli errori delle rispettive classi dirigenti negli anni delle vacche grasse, evidentemente, quando i prezzi del petrolio andavano a 100 dollari al barile, ora vediamo cosa stanno facendo per combatterela crisi da un lato la nuova leadership chavista del presidente Maduro e quella del giovane principe ed erede saudita Mohamad bin Salman.

Entrambi hanno varato una lotta feroce per il consolidamento del proprio potere, scalzando a gamba tesa le vecchie classi dirigenti politiche ed economiche. Poi, hanno avviato misure di lotta alla corruzione.

Cioé, in Venezuela hanno pagato il conto decine dirigenti chavisti della compagnia nazionale del petrolio PDVSA: Rafael Ramirez, per ben 12 anni ministro del petrolio e guida di PDVSA, oltreché braccio destro e ideologo delle politica petrolifera nazionalista del compianto Chavez, ha visto aperta su di lui un'inchiesta per corruzione.

Mentre in Arabia Saudita sono stati combattuti circa 200 reali e ricchi imprenditori, rinchiusi senza alcun processo e con l'accusa di corruzione in un hotel di lusso di Riyadh mentre si recuperavano i loro miliardi di dollari rubati. In realtà, si è trattato 'solo' di una gigantesca opera di redistribuzione della ricchezza: la rendita del petrolio sarà ossia redistribuita a nuovi gruppi di potere e attori economici.

Altra similitudine è la volontà di aprire l’economia del petrolio al capitale internazionale: in Arabia si tratta di vendere una quota della società petrolifera nazionale ARAMCO, valore complessivo stimato sui 2 trilioni di dollari. In Venezuela, invece, l'apertura agli investitori internazionali è finalizzata a rilanciare una produzione declinata del 30 percento nel giro di soli tre anni.

C'è però una contropartita ad aprire ai capitali stranieri ed al controllo della partecipazione politica - è un eufemismo: l'una è un regime chavista, l'altra una monarchia assoluta. Infatti, ciò porterà allo svuotamento di apparati statali e di un sistema di legislazione che, in precedenza, avevano più o meno garantito di tenere sotto controllo il settore petrolifero.

Ossia, da un lato i cittadini venezuelani e sauditi si vedranno sempre più esclusi dai benefici dall’estrazione di quelle che, ricordiamolo, sono 'loro' risorse naturali. Dall’altro, ciò potrebbe nnescare un nuovo rilancio senza regole, se non quelle liberali del puro business, della produzione di petrolio, con gli effetti che purtroppo conosciamo inerenti l'inquinamento ed il riscaldamento globale.

 

FONTE: https://www.ilfattoquotidiano.it

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