Venerdì, 05 Gennaio 2018 12:00

Venezuela: default sì, default no

Venezuela: andrà in default oppure no? Le proprie obbligazioni sono carta straccia o ci sono speranze di riprendere qualcosa? E soprattutto, l'amministrazione di Donald Trump riuscirà a far cadere il governo di Nicolas Maduro a suon di sanzioni e metter mano sugli immensi giacimenti di petrolio?

Abbiamo lasciato, dopo questo articolo, il Venezuela sull'orlo della bancarotta.

Il Venezuela afferma di continuare a pagare gli interessi sul debito, ossia le cedole per le obbligazioni emesse; il problema però è che il denaro non arriva a destino (agli investitori), a causa delle sanzioni USA. Quindi, è opinione delle agenzie di rating, per Caracas è default.

Ma il Paese resiste e non dichiara bancarotta: anzi, dice di continuare a pagare gli interessi sul debito. In ritardo, certo, ma di ce di pagare: queste sono le ultime dichiarazioni ufficiali rilasciate dalle fonti governative. La realtà è che negli ultimi due mesi del 2017 i possessori delle obbligazioni venezuelane non hanno visto alcuna cedola dei bond sui loro conti. E lo stesso scenario si prevede anche per il 2018, giacché il Venezuela ha proprio da poco mancato il pagamento di interessi per altri 35 milioni di dollari su bond in scadenza quest'anno. In totale, ha accumulato circa 1.300 milioni di interessi maturati non ancora corrisposti ai detentori di bond Venezuela e PDVSA.

Nessuna informazione ufficiale sulle cause del mancato pagamento degli interessi, sia per le obbligazioni governative che per i titoli PDVSA: tutto tace, mentre serpeggia tra banche ed investitori l'idea che il Paese possa dichiarare default da un momento all’altro. Non la vede così il governo locale, che avrebbe trasferito i fondi nei termini del periodo di grazia - entro i 30 giorni dalla data di scadenza del pagamento - alle banche depositarie internazionali. Le quali, però, a causa delle sanzioni USA avrebbero congelato i trasferimenti e quindi impedito agli investitori di incassare.

Tecnicamente, allora, non si tratterebbe di default: l’emittente non è inadempiente, tutto cioè ruoterebbe intorno al meccanismo di compensazione di EUROCLEAR e CLEARSTREAM, le società finanziarie che agiscono sui trasferimenti versogli investitori, che avrebbe congelato i fondi in attesa della conclamazione del default del paese caraibico.

La verità, secondo altre fonti, è però diversa: il Venezuela non avrebbe pagato più interessi da novembre 2017, sarebbe cioè insolvente. Cosa che, per l'agenzia di rating S&P, significa default. Ancora, significa il diritto in capo ai grossi fondi internazionali - che avevano scommesso sul default del Venezuela - ad incassare i dovuti premi. Evento che ci ricorda le vicende dei 'tango bond' di tre anni fa, in Argentina.

Il problema è che la maggior parte del debito pubblico venezuelano emesso sui mercati internazionali è regolato dalla legge di New York. Perciò, non ci vuole molto per dedurre che l’intoppo nella catena tra debitore e investitore sia giusto lì. Anche perché gli USA è noto come stiano facendo di tutto per far saltare il regime di Maduro, usando l'arma economica di embargo, sanzioni, blocco dei pagamenti e via dicendo, con l'unico scopo di mettere le mani sugli immensi giacimenti di petrolio di cui dispone il Paese. E chissenefrega se per conseguire l'obiettivo bisogna mandare in crisi l'economia ed affamare il popolo venezuelano.

Ricordiamo poi che laggiù a breve sono previste le elezioni presidenziali, e se Maduro vuole salvare la poltrona deve evidentemente evitare a tutti i costi il default. Lui dice di voler ristrutturare tutto il debito residuo - 150 miliardi di dollari, secondo gli analisti - ma con le sanzioni USA in vigore ogni processo di ristrutturazione è reso molto, molto difficile: è pressoché impossibile per la maggior parte degli investitori stranieri negoziare con l’emittente. 

La cosa assurda e paradossale è che, nel frattempo, il contesto economico delle materie prime risulta meno brutto di mesi or sono, in particolare in netta ripresa rispetto ai segnali pessimi di un anno, fa quando il prezzo del petrolio era ben sotto i 50 dollari al barile.

Noto che il Venezuela fonda la quasi totalità del proprio export sul greggio, con le quotazioni di questi giorni, sopra i 60 dollari al barile, il Paese può sperare in una boccata di ossigeno nella gestione delle proprie finanze - ad oggi scese sotto i 10 miliardi di dollari. Anche se, dicono gli analisti, il prezzo per il greggio che potrebbe davvero ridare speranza ai conti statali dovrebbe attestarsi intorno agli 80 dollari.

Anche il prezzo dell'oro, è tornato a salire, e sappiamo che il Venezuela ne dispone in enormi quantitativi nelle proprie miniere. D'altronde, sappiamo che ha dato in pegno a Deutsche Bank circa 1,25 miliardi di dollari in oro per rimborsare obbligazioni PDVSA in scadenza lo scorso novembre. Riuscirà allora a resistere mentre le proprie materie prime crescono di valore?

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

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