Mercoledì, 03 Ottobre 2018 15:41

spread a 300 punti: dobbiamo preoccuparci?

Si parla ancora una volta di spread. Ma a parte gridare in modo disordinato, quali sono i rischi veri per l'economia italiana?

Diciamolo chiaramente: la crisi che porta ad un aumento dello spread nei numeri che oggi vediamo è molto grave. Ma a questo ci siamo tutto sommato abituati da anni: non vuol dire che dobbiamo attenderci una tempesta rovinosa. E comunque, come vedremo in dettaglio, il debito pubblico in Italia dovrebbe far meno paura che in Francia. Mal comune, mezzo gaudio.

Appare esagerata la tensione sui mercati: i conti oggi disponibili indicano un rientro del deficit nazionale dal 2020 intorno al 2 percento, dal 2,4 stimato la settimana scorsa. Pochi decimali di ripresa, certo, ma pur sempre indice di buona volontà di giungere a un accordo con la Commissione Europea ed evitare lo scontro con Bruxelles, rimanendo invece da parte del governo di Lega e Movimento 5 Stelle nel solco delle regole comunitarie.

Nessun rischio di uscita dall'euro, insomma. Oggi i rendimenti decennali emessi con i titoli di Stato viaggiano sull'ordine di 3,38 percento, mentre quelli a 2 anni sono scesi verso l'1,35 percento. Tradotto, lo spread 10/2 (cioè, la differenza tra i bond decennali e quelli biennali) si colloca appena al di sopra dei 200 punti base.

Uno sguardo all'estero: in Germania si registra un differenziale tra decennali e biennali intorno all'1 percento, in Spagna l'1,70 percento. E sappiamo bene che vuol dire: lo spread indica il premio al rischio che il mercato richiede per acquistare titoli a scadenze più lunghe. Insomma, la sua capacità di (in)solvenza nel lungo periodo. Infatti, quando la differenza tra i rendimenti a lungo termine e quelli a breve termine si avvicina, vuol dire che per gli investitori nel breve termine ci sono segnali di rischio per l'economia sottostante, come il sospetto di una recessione economica, un'inflazione in forte accelerazione o magari anche il rischio di default. Tutti pericoli che, nel lungo termine, vengono meno, e quindi gravano sulla percezione che gli investitori hanno per i titoli di durata minore.

Se non vi siete persi con tutti questi numeri, andiamo avanti. Abbiamo detto che in Italia lo spread 10/2 è intorno al 2 percento (200 punti base, altrimenti detto). Non siamo sul baratro di una crisi finanziaria, economica o di uscita dall'euro. Diversamente, ricordando lo scorso 29 maggio (quando abbiamo sfiorato una crisi istituzionale sul caso del proposto ministro Savona) i rendimenti biennali erano quasi uguali a quelli decennali: 2,45 percento i primi, 3,33 percento i secondi. Ossia, il differenziale era sceso a meno dello 0,90 percento.

Abbiamo rischiato la recessione - tipicamente annunciata con i decennali addirittura sotto i biennali, cioè differenziale negativo. Economia in recessione, settore bancario in crisi (dato che le banche sono solite prestare denaro a lungo termine e prenderlo in prestito dai clienti a breve termine). Pertanto, quando i costi lievitano in prossimità dei ricavi, i conseguenti margini d'interesse si azzerano e tutto ciò disincentiva l'erogazioni di credito: zero liquidità per imprese e famiglie, rispettivamente zero investimenti ed acquisti di beni durevoli.

Anche gli USA non se la passano bene: lo spread 10/2 è allo 0,25 percento, e da mesi gli analisti preoccupati temono l'arrivo di una recessione americana da qui a circa un anno. Analogamente, in Francia i timori sulla propria barcollante economia sono più che fondati: Parigi mantiene un debito pubblico poco sotto il 100 percento del PIL, contro il 131 percento italiano, ma oltralpe il debiti privati (famiglie e imprese) raggiungono il 235 percento del PIL, contro il 170 percento italiano. Sommando il tutto, vuol dire che in Italia siamo indebitati nel pubblico e nel privato per una cifra sotto il 300 percento del PIL, mentre i francesi sfondano il 330 percento. Tolti i risparmi, vuol dire 242 percento in Italia e 285 percento in Francia. Ancora, se guardiamo alla pressione fiscale, scopriamo che da noi siamo al 43 percento del PIL, in Francia il 46 percento.

E cosa vogliono dire questi numeri? Semplice, che in caso di stress finanziario, il governo italiano avrebbe più risorse private cui attingere per onorare il proprio debito pubblico: con famiglie e imprese italiane meno indebitate del resto dell'Europa, l'aumento dei tassi inciderà sui loro bilanci in misura minore che altrove. Come dire: considerando che gli interessi salgono mediamente di 100 punti base, il sistema economico in Italia pagherebbe una rata netta del 2,4 percento del PIL in più, quello in Francia del 2,8 percento. E quindi, a Parigi la stretta monetaria farebbe meno danni che a Roma sul fronte pubblico, ma maggiori danni sul fronte privato. Ancora, l'Italia vanta un saldo primario positivo del 2 percento del PIL, la Francia uno negativo dello 0,5 percento. Cioè, al netto della spesa per interessi, spendiamo meno di quanto incassiamo. In Francia, invece, continuano a vivere al di sopra delle loro possibilità.

Insomma: il ministro dell'economia francese Bruno Le Maire avvisa sul rispetto dei vincoli di bilancio, ma fa male ad indirizzare la predica all'Italia: non avremo virtù pubbliche, ma nemmeno sfaceli imminenti. Il nostro debito pubblico risulta sostenibile, garantiti dai conti di famiglie e imprese italiane. Ed i mercati non tuonano contro noi, semmai alle condizioni finanziarie al contorno: unione monetaria incompleta e paradossale (la banca centrale deve mostrarsi indifferente alle pretese di rassicurazione degli investitori che scommettono sulla solvibilità dei debiti nazionali). Non siamo vittime di conti squilibrati, semmai di speculazioni internazionali sulla sopravvivenza dell'euro nel medio e lungo termine.

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

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