Lunedì, 28 Gennaio 2019 12:00

salario minimo: una misura pericolosa

Altra misura cardine dei grillini, prevista dal contratto con la Lega di Salvini, è il salario minimo. Ma siamo davvero certi che sia una misura utile e non si riveli invece, negli effetti, un disastro per l'economia italiana?

Torniamo a parlare, dopo questo articolo, delle iniziative del Movimento 5 Stelle.

La misura a cui il Movimento 5 Stelle sta cominciando a lavorare è ora il salario minimo, fissato da loro a 9 euro l'ora. Ossia, il Movimento 5 Stelle vuole imporre per legge i salari a non meno di 9 euro l'ora. Viene da chiedersi se ciò porterà benefici per i lavoratori o, ancora una volta, i buoni intenti tornino indietro a manico d'ombrello.

La proposta di legge porta la firma della senatrice del Movimento 5 Stelle Nunzia Catalfo. Riguarda l’introduzione in Italia, dopo l'esempio di svariate altre Nazioni anche europee, del salario minimo legale, che la senatrice vorrebbe non fosse mai inferiore a quello fissato dai principali contratti collettivi nazionali e, in ogni caso, a 9 euro l'ora. La misura riguarderebbe ogni rapporto di lavoro subordinato e para - subordinato e si prefiggerebbe lo scopo di lottare la povertà ad un raggio più ampio rispetto alla risposta sinora esitata con la misura del reddito di cittadinanza.

A dire della senatrice, il 12 percento dei lavoratori percepisce una retribuzione sotto i minimi contrattuali collettivi. Da ciò deduce che i bassi salari rischiano, tra 30 anni, di condannare alla povertà circa 6 milioni di giovani italiani con pensioni di vecchiaia analogamente molto basse.

Manco a dirlo, la proposta di legge è inserita nel contratto stipulato nel 2018 tra M5S e Lega, quindi fa parte fondamentale del programma di governo. Ammesso che la Lega, dopo aver ingoiato un rospo amaro come il reddito di cittadinanza, possa ingoiare anche questo, che minaccia di essere anche più disgustoso: la Lega, si sa, è il partito delle partite IVA, riferimento del nord produttivo  affollato da piccole e medie imprese tenaci, combattive e spesso resilienti a ogni crisi, per quanto colpite da una pressione fiscale e burocratica che solo in Italia riusciamo ad avere.

A detta di molti, il salario minimo legale non è la soluzione per uno Stato in cui il tasso di occupazione giace da tempo a livelli bassissimi, ed in cui la percentuale dei disoccupati resta a due cifre.

Guardiamo oltre confine: la Germania, ad esempio, ha introdotto tale misura a partire dal 2017, appunto come parte dell'accordo di governo della coalizione (la cosiddetta 'grosse koalition' del 2013). A parte una perdita di consenso per la cancelliera Angela Merkel, la situazione tedesca e quella italiana non erano e non sono confrontabili: il salario minimo era fissato a 8,50 euro l'ora, riferita ad un'economia in piena occupazione, dove lavorano quasi 76 persone su 100 tra i 15 e i 64 anni. Altro che l'Italia, dove lavorano 58 persone su 100 nella stessa fascia di età. Ancora, in Germania le persone alla ricerca di lavoro sono solo 3 su 100 occupati, in Italia invece siamo a oltre 10.

Poi, La Germania ha struttura produttiva più sostenibile per il salario minimo legale, caratterizzata com'è da grosse realtà industriali e tecnologicamente avanzate. Mentre in Italia la piccola e micro -impresa stagna in una produzione di manufatti a basso valore aggiunto (cioè, con basso contenuto tecnologico) e quindi con l'impiego di manodopera poco qualificata. Da tutto ciò si deduce la ben nota differenza tra retribuzioni medie tedesche ed italiane. E allora, pensate davvero che l'Italia, così malconcia rispetto alla Germania, possa permettersi un salario minimo addirittura superiore?

Qualcuno farebbe notare che il salario minimo esiste in ben 22 Stati europei su 28, ma, si noti bene, con profonde differenze di contesto e di applicazione. In Bulgaria la paga minima è fissata per legge a 235,20 euro al mese, mentre in Lussemburgo arriva a 1.998,60 euro al mese. Tenendo conto che in un mese con contratto full-time si lavori mediamente 175 ore (circa 40 ore alla settimana), si ottiene salario minimo legale orario dal minimo bulgaro di 1,35 euro al massimo lussemburghese di 11,35 euro, passando per 8,50 euro l'ora in Germania e 8,40 euro l'ora in Francia. In Spagna, dove il contesto economico è simile a quello dell'Italia, ci si ferma a 4,70 euro l'ora. In altre parole, una cifra come quella di 9 euro è talmente esagerata da essere superata solo dal ricco (e piccolo) Lussemburgo.

Non c'è certo da gioire: quando lo Stato fissa per legge salari a livelli medio - alti, non vuol dire che l'economia riesce a sostenerli. Ossia, che il datore di lavoro medio possa permetterselo. Il problema, infatti, rischia di essere proprio un bel cappio al collo della piccola e media impresa italiana, uccisa e costretta alla chiusura da salari non sostenibili. Oppure, e peggio ci sentiamo per i lavoratori, la soluzione in salsa Belpaese diventerebbe l'assunzione in nero. Come al sud, dove la debolezza della struttura produttiva si coniuga spesso con la piaga del sommerso: con una tale misura la situazione verrebbe ad allargarsi, aumentando la forbice con il centro - nord. A rischio, soprattutto, dei lavori poco qualificati e ricoperti sempre più spesso da giovani neolaureati, i quali notoriamente percepiscono buste paga ben più basse dei loro colleghi più anziani, anche se talvolta -per titolo di studio - risultano meno qualificati.

Proseguendo, un altro rischio è quello di appiattire ulteriormente i salari, rialzando in modo imposto per legge i salari più bassi (almeno, quelli non in nero) ed avvicinandoli a quelli legittimamente maggiori. Risultato: si disincentiva la specializzazione e i gradi superiori di istruzione, cui dovrebbero corrispondere diverse retribuzioni. Consegueza sarebbe che il laureato che ha la fortuna di trovare lavoro inizia con 9 euro al mese e, dopo anni e corsi di specializzazione, resta ancorato a tale retribuzione. Perché era troppo alta in partenza, rispetto alla produzione delle azienda per cui lavora, per consentire ulteriori scatti in avanti.

Effetto disastroso per i nostri giovani e mal retribuiti neo laureati. Purtroppo, infatti, nessuna economia può tollerare rigidità maggiori di quelle già esistenti con un sotto - utilizzo delle proprie risorse, a partire dal lavoro. Tradotto, sbaglia chi pensa di aumentare gli stipendi, mentre la manodopera in eccesso supera ancora le 2,5 milioni di unità su un totale di appena 23 milioni di occupati. I quali risultano, guarda un po', circa 4 milioni in meno rispetto a quanti dovrebbero essere secondo la media europea. L'errore è proprio nel credere che siano le leggi a creare lavoro e, addirittura, a fissarne i salari. Invece, costoro dovrebbero sapere che il mercato fissa tali cifre garantendo un equilibrio sostenibile tra produttività dell'azienda e retribuzione del lavoratore.

E poi, come si applicherebbe tale norma, che fissa un salario orario minimo 'fuori tutto', ai para - subordinati, ossia i lavoratori non legati a un preciso orario di lavoro giornaliero o settimanale, bensì a obiettivi da raggiungere? Già stiamo annusando problemi nell'applicare il reddito di cittadinanza, tra navigator dalle ignote mansioni e dubbia utilità al calo motivazionale della ricerca reale di un'occupazione. Se adesso aggiungiamo anche il salario minimo, rischiamo di distruggere definitivamente la nostra già fragile e stagnante economia.

Politicamente, però, la misura del salario minimo potrebbe trovare svariati appoggi fuori dal mondo grillino: fu sostenuta in campagna elettorale dal PD, come pure un anno fa dal presidente dell'INPS  Tito Boeri, e magari sarebbe avallata anche dai sindacati. Magari, in vista delle elezioni europee, potrebbe addirittura agevolare una rottura dei grillini con Salvini per ritagliarsi uno spazio di convergenza con la sinistra.

Speriamo allora che Matteo Salvini faccia ragionare gli alleati grillini, e, calcoli elettorali o meno, si facciano prevalere gli interessi dell'economia italiana. Se la maggioranza ambisce davvero a migliorare le condizioni economiche dei lavoratori, bisogna piuttosto creare le premesse di sviluppo per le aree più deboli, favorendo la creazione di posti di lavoro con l'abbattimento delle tasse e della burocrazia. Sono le imprese che creano lavoro, non le leggi. Ripetiamolo ancora, con forza, finché qualcuno tra quelli che ci governano finalmente lo capisce.

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

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