quanto pesa il consumo di energia per il mining di criptomonete

GPU mining
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Si parla spesso di eccessivo consumo di energia elettrica per le attività di mining, necessarie a mantenere operativa la rete di Bitcoin e altre criptovalute. Consumi che hanno un impatto ambientale significativo, soprattutto in Paesi in cui si utilizzano fonti non proprio “green“. Facciamo un po’ di chiarezza.

Abbiamo parlato di attività di mining in questo articolo.

Da mesi la comunità degli sviluppatori di tecnologie per la blockchain è attiva per trovare soluzioni ad uno dei principali problemi delle monete virtuali. Ossia, il bisogno di consumare enormi quantità di energia in mining. Attività utile per ottenere monete virtuali. Opera necessaria per mantenere l’infrastruttura della blockchain. Ma azione dissennata in termini di consumo energetico. Specie se effettuata in Nazioni in cui va ancora di moda il carbon fossile.

Insomma, si dice che il mining è troppo energivoro, consuma troppa energia. Ma guardando i numeri scopriamo che, rispetto ad altre attività del mondo digitale moderno, il mining non è poi un male così grave.

Andiamo ai numeri, allora, per capire bene come si colloca in scala globale il consumo di energia per il mining.

Intanto una prima semplificazione. Esaminiamo il solo mining di Bitcoin. Trascuriamo, cioè, quello di altre monete virtuali. Dalla market dominance del Bitcoin, molto alta in questi mesi, sappiamo che questa approssimazione non porta a grandi errori. Ecco allora la prima cifra. La stima del portale Digiconomist è per circa 73 TW/h per anno. Dove il TeraWatt è un miliardo di KiloWatt.

Sembra un numero gigantesco. Serve essenzialmente per alimentare i dispositivi di mining e, non meno importante, refrigerarne le unità di calcolo. Da un lato, la potenza di calcolo messa a disposizione della rete Bitcoin è in costante crescita. Dall’altro, sappiamo, crediamo o forse solo speriamo che l’efficienza energetica dei dispositivi in questione migliori. In modo che aumenti la potenza di calcolo per la rete. Senza aumentare, proporzionalmente, il consumo di energia elettrica.

Detto questo, confrontiamo il numero di cui sopra con il consumo di energia elettrica per attività digitali in rete. Per mantenere internet, insomma. Qui ci aiutano le stime di The Shift Project, recentemente diffuse nel rapporto “Lean ICT“. Si parla di circa 3.500 TW/h per anno. Dato che, si stima, crescerà costantemente, fino a raggiungere e superare i 6.000 TW/h nel 2025.

Altrimenti detto, rispetto ai servizi online oggi fruibili su internet, mantenere operativa la rete di Bitcoin, o se volete di tutte le monete virtuali, ci costa una cifra di energia intorno al 2%.

Poco, tutto sommato. Diciamo pure che chi si preoccupa di impatto ambientale è bene che non trascuri, prima di tutto, il restante 98%.

Il quale è rappresentato da dispositivi di rete per mantenere l’infrastruttura di internet e, in gran parte, per far funzionare gli enormi data center utilizzati innanzitutto per il cloud computing.

Tanto per capirci, tutta questa energia, queste migliaia di TW/h all’anno, è necessaria in buona misura per rendere disponibili e pronti alla fruizione i contenuti dei social. Come i file condivisi su Google Drive. I contenuti diffusi a profusione su Facebook. I video spesso di mero intrattenimento inviati su WhatsApp. I video di ogni tipo conservati su YouTube. Lo streaming video di puro intrattenimento di Netflix e Spotify.

Tutto ciò è purtroppo fatto di molte informazioni non fondamentali e spesso duplicate a dismisura. Accanto a poche informazioni veramente utili alla società. Tutte insieme, sono un macigno che pesa sul nostro ambiente. E l’energia per il mining rappresenta, al confronto, solo un sassolino.

In molti ritengono grave il problema di eccessivo consumo energetico, mining a non mining. Costoro sappiano che questo problema non può far altro che ingigantirsi col tempo. Perché la quantità di dati che circola su Internet e viene memorizzata sul cloud aumenta di giorno in giorno. E continuerà a farlo. Si prevede, ad esempio, che le tecnologie legate al 5G ed all’Internet of Things (IoT) porteranno nel prossimo futuro ad un incremento di miliardi di unità dei dispositivi connessi in rete.

Accanto a ciò, il peso dell’energia per il mining di Bitcoin, si presuppone, non aumenterà dello stesso ordine, grazie all’introduzione di dispositivi meno energivori e algoritmi non esclusivamente Proof of Work (PoW). Perciò, possiamo stimare che, in futuro, la citata percentuale del 2% scenderà ulteriormente.

Comunque, è chiaro come anche l’industria del mining debba fare la sua parte per abbattere gli eccessivi consumi di energia.

Dovuti, si diceva, da un lato a far funzionare le macchine computazionali. All’altro, ad assicurare la refrigerazione dei componenti di calcolo, che producono immani quantità di calore.

I fronti per poter ottimizzare i dispositivi di mining sono quindi essenzialmente:

  • diminuire l’energia necessaria al raffreddamento. Ad esempio, spostando le mining farm in posti dal clima freddo
  • ottimizzare gli algoritmi di calcolo ed il funzionamento dei dispositivi stessi, diminuendo quindi la necessità di energia elettrica per unità di lavoro
  • attingere l’energia da fonti rinnovabili (idroelettrico, eolico, solare). Diminuendo così l’impatto ambientale a parità di energia necessaria.

Va detto che spostare le mining farm in luoghi freddi è facile a dirsi. Ma, in pratica, non è semplice rilocare completamente una mining farm. Specialmente, se parliamo di trasferirlo in un Paese diverso dal proprio.

Il secondo punto è quello su cui possiamo riporre maggior fiducia. E’ quello che verosimilmente sta succedendo. Anche perché, a ciò corrisponde l’interesse commerciale dei produttori di dispositivi. Ossia, così vendono macchine più convenienti per l’utente finale.

L’ultimo punto, quello dell’impiego delle energie rinnovabili, può essere complicato. Specie se non si tratta di aprire una nuova mining farm, ma di ristrutturare una esistente. In genere, è una soluzione accessibile alle grandi aziende e multinazionali.

Ad ogni buon conto, pensiamo al Paese che rappresenta la maggior porzione di hashrate del Bitcoin. Si tratta della Cina. In particolare, della regione dello Sichuan. Dove, per la verità, oggi la maggior parte di mining farm utilizza, per fortuna, fonti rinnovabili come le centrali idroelettriche. E non più, come in passato, le inquinanti risorse di carboni fossili.

Insomma, l’industria del mining sta facendo passi concreti verso l’utilizzo di poca energia e pure pulita.

Parimenti non possiamo dire dell’industria internet. Da un lato, riconosciamo che aziende che gestiscono data center, come Amazon ed Apple, si muovono per ottimizzare i consumi e rendere più efficienti le proprie macchine.

Ma dall’altro, soluzioni che coinvolgano un uso più razionale delle risorse da parte degli utenti restano ipotesi chiuse nei cassetti. Come ad esempio il fatto di non visualizzare i video per chi ascolta musica su YouTube. O togliere l’avvio automatico dei video su Facebook. O convincere gli utenti di Netflix a non guardare film o serie TV sempre in alta definizione, soprattutto su schermi che non ne gioverebbero. Guai a toccare i capricci dell’utente. Si rischia di perdere il cliente.

FONTE: https://cryptonomist.ch

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