Martedì, 27 Febbraio 2018 09:25

politica, mercati ed elezioni: che succede?

Tutti ricordiamo la cacciata di Silvio Berlusconi, ormai anni or sono, al grido di abbassare lo spread. Stavolta, invece, le elezioni politiche in Italia non saranno un tema largamente dibattuto sui mercati, al contrario di quello che si poteva presupporre qualche mese fa. Vediamo i motivi.

Ripartiamo da questo articolo e parliamo di previsioni per le elezioni.

I mercati, con investitori e speculatori, ci guardano costantemente, pronti a scommettere sulla nostra ripresa o, più probabilmente, sulla nostra inarrestabile recessione. Invece, da un po', in preparazione delle elezioni, sembrano meno interessati a prendere posizioni nette, quasi non avessero grandi dubbi su cosa succederà e quindi non ci fosse grande spazio per speculazioni. Il perché è facile immaginarlo: da fuori, l'Italia appare in ripresa dalla crisi del 2010 e, tutto sommato, ha assunto finalmente posizioni meno euro scettiche.

La ripresa congiunturale in Italia è indubbiamente sostenuta dal bilancio sulla domanda esterna ed interna. In particolare, quella interna gode di una forte dinamica di crescita dell’occupazione e degli investimenti. Unitamente alle (poche) riforme strutturali adottate dai governi scorsi, purtroppo a lacrime e sangue come tutti ricordiamo, lo scenario contribuisce a migliorare in qualche modo la crescita potenziale. Insomma, le cose sembrano andare meglio, o perlomeno è più solida la speranza che ciò stia davvero accadendo.

Il problema sempre presente è il debito pubblico, cui si contrappone la richiesta da parte europea di austerità fiscale. E comunque, la scadenza media del debito italiano è aumentata recentemente, quindi l'atteso aumento dei rendimenti obbligazionari italiani vorrebbe dire che solo gradualmente aumenterebbe il costo medio dei tassi di interesse su tale debito. E poi, d'ora in avanti la politica della BCE diventerà molto più normalizzata e graduale, pertanto l'elevato stock di titoli italiani in bilancio dovrebbe contribuire ad evitare un elevato rialzo degli spread italiano.

Resta poi il problema del basso tasso di crescita potenziale: va detto che i dati parlano di alcuni passi fatti per migliorare lo stato di salute del sistema bancario. Però, il problema italiano resta il basso tasso di crescita potenziale del PIL, agganciato ad un basso tasso di crescita della sottostante produttività. Insomma, abbiamo visto alcune buone riforme in tal senso ma sono ancora insufficienti: il mercato del lavoro tuttora vede un contrasto tra contratti a tempo indeterminato e lavoratori flessibili, con un processo di contrattazione salariale che è ancora centralizzato. E tutto ciò impedisce la ripresa delle imprese.

Come se non bastasse, sono tutti da affrontare i limiti della pubblica amministrazione, il nostro farraginoso carrozzone statale, unito ad un sistema giudiziario inefficiente e perennemente in ritardo. Infine, occorre liberalizzare i vari mercati dei servizi. Tutte riforme fondamentali per l'Italia per imboccare finalmente una vera traiettoria di crescita e permettere al Paese di abbassare il debito pubblico ore al 132 percento - dato attuale - del PIL. Ma, direte voi, per fare tutto ciò occorre innanzitutto un governo forte e stabile. Mentre l'esito più probabile dopo il voto è un governo debole e su fondamenta molto fragili.

Vediamo infatti cosa ci aspetta per il futuro, guardando ai sondaggi. Secondo questi, dalle urne uscirà vincente la coalizione di centrodestra, cioè Silvio Berlusconi e compari di fronda: Matteo Salvini, Giorgia Meloni e la celebre 'quarta gamba' di Lorenzo Cesa e solidali: il 35 percento dei voti andrebbe a loro. Poi, arriva la coalizione di centrosinistra, intorno al 29 percento, ed infine il Movimento 5 Stelle, intorno al 28 percento. Attenzione: ciò vorrebbe dire che la sinistra - pensate alle ultime elezioni europee - ha perso tantissimo, grazie alla discutibile gestione di Matteo Renzi, mentre il partito più votato resta il Movimento - sceso in campo senza alcuna coalizione e, di fatto, ex equo con tutte le correnti di sinistra.

L'effetto di una tale ripartizione di voti è che nessuno sarà in grado di formare un governo, un po' come successe nel dopo Monti, quando Giorgio Napolitano diede l'incarico a Pierluigi Bersani di formare il nuovo governo e questi fallì miseramente, lasciando spazio al solito governo 'di responsabilità'. Ossia, è elevato il rischio di uno stallo prolungato, che dopo un po' di limbo condurrà inevitabilmente a nuove elezioni. E stavolta il nodo cruciale su cui dibattere sono sarà più l'adesione all'Unione Europea e all'euro, temi ormai superati,  o all’euro, ma sarà quello delle prospettive di politica fiscale: molti partiti vogliono un po' di allentamento fiscale, il che però cozza con quanto prevede la Commissione Europea e gli altri Paesi dell'eurozona.

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

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