India: proposto il carcere fino a 10 anni per chi usa criptovalute

Bitcoin in India

Dura, durissima proposta di regolamentazione per il mercato indiano delle monete virtuali. Se passasse la proposta, Bitcoin e Altcoin verrebbero messe al bando. Per agevolare, semmai, l’introduzioni di soluzioni nazionali per l’utilizzo della blockchain. Ossia, rupie virtuali.

Abbiamo parlato di regolamentazione delle criptovalute all’estero in questo articolo.

In India propongono il carcere per chi usa criptovalute. Una notizia sicuramente dirompente nel panorama delle monete virtuali. Considerato, soprattutto, che il Paese in questione ha più di 1,3 miliardi di cittadini. Ed un PIL pari a più di 2,7 mila miliardi di dollari USA.

Ne dà annuncio il portale web di The Economic Times, sezione indiana. Subito rilanciato dalle principali testate italiane. Vediamo in dettaglio cosa dice l’annuncio.

Partiamo dalla conclusione.

Il comitato raccomanda che tutte le criptovalute private, ad eccezione di qualsiasi criptovaluta che potrebbe essere emessa dal governo, siano bandite in India.

La proposta viene da un pannello interministeriale. Ossia, un’entità governativa indiana appositamente formata per dirimere questioni legate alle criptovalute. Ebbene, tale pannello suggerisce il divieto all’uso delle monete virtuali cosiddette private. Ossia, non governative e non indiane. Come dire, se l’India vuole utilizzare le soluzioni della blockchain, l’unico passaggio suggerito è il lancio di una rupia virtuale da parte della banca nazionale. La Reserve Bank of India (RBI).

Contro l’uso delle criptovalute in India, il pannello propone multe e carcere fino a 10 anni. Semmai tale proposta sarà accettata dal governo e fatta legge, segnerà un durissimo colpo per gli utenti di criptomonete nel continente indiano. Per tutti. Dalle note monete virtuali come Bitcoin ed Altcoin. Fino alla futura moneta di Facebook, frutto del progetto Libra.

Il pannello in questione è stato costituito nel novembre del 2017, sotto la guida delle autorità per gli affari economici.

E’ stato incaricato di dirimere una questione che, fino ad oggi, non era completamente chiara. Ossia, finora le autorità indiane non hanno mai esplicitamente messo al bando le criptovalute. In un certo senso, gli operatori del settore agivano in virtù di un apparente vuoto istituzionale, tipicamente in forma privata, attraverso scambi peer-to-peer. Peraltro, tale situazione è comune a molti altri Paesi.

Andando più in dettaglio, il divieto è indirizzato a monete virtuali emesse da imprese private e straniere. Dove per imprese private straniere si intende non indiane, non governative. Quindi qualunque iniziativa di governi stranieri, come Petro. Aziende, come Facebook o Ripple. Sviluppatori privati, come Ethereum. Fino a sviluppatori anonimi: un esempio per tutti, Bitcoin. A tutti loro è vietato l’uso diretto o indiretto di criptomonete. Cioè, è reato scambiare, investire, gestire o operare come intermediario finanziario.

La pena per chi vieta il bando delle criptovalute in India, come detto, riguarda una multa o il carcere. La multa sarà tre volte la perdita o il guadagno operato. Il carcere sarà da un minimo di un anno ad un massimo di dieci anni.

La nota positiva è che il pannello, nel vietare le criptovalute private ed estere, riconosce le promettenti opportunità delle tecnologie della blockchain:

Il pannello tuttavia sostiene iniziative ufficiali su questo fronte. Sarebbe consigliabile avere una mente aperta riguardo all’introduzione di una valuta digitale ufficiale in India.

Lo stesso pannello ha evidenziato come esistano disposizioni abilitanti emanate da RBI. Che consentono al governo centrale di approvare il lancio di una valuta digitale da parte della banca centrale nazionale.

Cioè, una CBDC. Una Central Bank Digital Currency. La quale avrebbe corso legale nel Paese. In quanto emessa da un’autorità sovrana. Ossia, l’unico soggetto che può battere moneta. Diversamente:

Non è possibile avere soggetti privati ​​che emettono strumenti valutari. Perché ciò minerebbe completamente e distruggerebbe la stabilità macroeconomica e finanziaria. Poi, ci sono preoccupazioni per il riciclaggio di denaro, il finanziamento del terrorismo. Problemi contro cui l’India ha operato largamente in materia di prevenzione. Inoltre, tutte queste criptovalute potrebbero rivelarsi uno schema Ponzi. Il nostro obiettivo dovrebbe essere quello di utilizzare aspetti positivi della tecnologia blockchain.

In particolare, il pannello ha suggerito l’uso della Distributed Ledger Technology (DLT). In ottica regolamentata dall’autorità nazionale e da RBI, chiaramente. DLT è ritenuto utile in svariati ambiti di interesse strategico nazionale. Ad esempio, per ridurre i costi di conformità nei requisiti di Know Your Customer (KYC). Per supportare la Goods and Services Tax Network (GSTN) nel commercio, nei pagamenti e nella gestione dei dati di identità. Per consentire la digitalizzazione dei registri delle assicurazioni, delle garanzie e delle proprietà mobili ed immobili, per l’e-stamping. E per tanti altri ambiti.

Il pannello conclude i lavori osservando che esistono tantissime monete virtuali. Sono più di 2.000. Con una capitalizzazione complessiva di circa 120 miliardi di dollari. Ma, ad oggi, non c’è convergenza sulla loro regolamentazione. Si passa da Paesi che ne consentono l’uso ad altri che la vietano in tutte le forme. Ma nessun Paese ne ha consentito il pieno corso legale.

E adesso? Ricordiamo che oggi non è in corso nessun bando o carcere in India per chi utilizza criptovalute. E’ una proposta di legge. Verrà esaminata dalle autorità incaricate per la regolamentazione. Poi, il governo prenderà una decisione conclusiva.

FONTE: https://economictimes.indiatimes.com

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