FATF: la regolamentazione delle criptomonete contro l’anonimato

FATF Financial Action Task Force

FATF, la task force consulente del G20, consiglia che la regolamentazione porti ad annullare l’anonimato. Solo così, a loro avviso, si può gestire correttamente il mercato delle monete virtuali.

Abbiamo parlato delle analisi di FATF in questo articolo.

E’ l’acronimo per Financial Action Task Force. Un tavolo di esperti in materia legale e finanziaria. Un’organizzazione intergovernativa attivata nel 1989 dal G7 ed oggi al servizio del G20. Ha l’obiettivo di elaborare proposte per i governi partecipanti in materia di lotta al riciclaggio di denaro.

Secondo FATF, regolamentare il settore delle criptovalute vuol dire azzerare le possibilità di anonimato degli utenti.

Se non addirittura annullarlo. Solo così si riducono le possibilità di azioni illecite come evasione fiscale e riciclaggio.

Recentemente il gruppo di esperti ha prodotto un documento dal titolo “guidance for a risk-based approach. virtual assets and virtual asset providers“. Ecco il link del documento.

Il documento é stato discusso all’ultimo G20. Svoltosi a fine giugno scorso a Osaka, in Giappone. Ebbene, tutti e 20 i ministri delle Finanze delle Nazioni partecipanti ed i rispettivi governatori delle banche centrali hanno preso un impegno. Attuare le linee guida indicate dal documento.

In altre parole, USA, Russia, Cina, Italia e tutti gli altri maggiori Paesi al mondo hanno preso una posizione netta verso le monete virtuali. Hanno concordato con FATF nella necessità di abolire l’anonimato delle criptovalute. Per limitare le possibilità, in assenza di regolamentazione, di riciclaggio di denaro, di finanziamento del terrorismo e di evasione fiscale.

Che vuol dire? Che il “Grande Fratello” governativo d’ora in avanti metterà fine alla privacy nel dominio delle criptovalute?

Più o meno sì. Con riflessi positivi e negativi. Nell’implementare le linee guida in questione, si prevede che si creeranno due distinte categorie di indirizzi pubblici di monete virtuali. Quella per wallet riconosciuti e regolamentati. Ossia, wallet a trasparenza fiscale totale. E quella, invece, di wallet anonimi. Chiamiamoli wallet da black market, se volete.

Per operare nella prima categoria occorrerà dichiarare il titolare del wallet. Come fosse un conto corrente.

A quel punto, il fisco avrebbe noto tutto del titolare. Chi è, cosa fa, da dove vengono i suoi soldi, che uso ne fa. Diversamente, se non si forniscono i dati del titolare dell’indirizzo privato, si finisce nella seconda categoria. Quella del black market.

Le due categorie, chiaramente, non dovranno mischiarsi. Non si dovrà scambiare monete tra indirizzi di diverse categorie. Perché sarebbe visto dall’autorità fiscale come riciclaggio di denaro. Parimenti, tutti gli exchange di criptovalute dovranno adeguarsi alla normativa bancaria. E seguire i processi Know Your Customer (KYC) e antiriciclaggio (AML). In modo che il fisco sappia sempre chi usa gli exchange, cosa ne fa, da dove vengono i fondi e dove vanno una volta cambiati. Chiaramente, non saranno accettati indirizzi anonimi in entrata o in uscita dagli exchange.

Sembrerebbe la fine del mondo delle criptovalute così come lo abbiamo finora conosciuto. Certo, in molti rimpiangeranno la propria privacy. D’altronde, è il prezzo da pagare perché si possano integrare il mercato delle criptomonete e quello della finanza tradizionale. Con l’effetto positivo di attrarre più investitori verso i mercati di monete virtuali.

Da un lato, è estremamente comodo per l’utente poter convertire le proprie valute virtuali in denaro direttamente all’interno dello stesso sistema bancario.

Dall’altro, però, molti tradizionalisti del Bitcoin, diciamo bonariamente “anarchici“, non vorranno perdere la propria privacy. E opteranno per gravitare nell’area del black market. Ce lo spiega bene Jeff Horowitz, Chief Compliance Officer di Coinbase.

Capisco perché il FATF voglia farlo. Ma applicare le normative bancarie a questo settore potrebbe spingere più persone a condurre transazioni person-to-person. Il che comporterebbe una minore trasparenza per le forze dell’ordine.

Attenzione: coloro che sceglieranno di operare nel black market si troveranno a tutti gli effetti isolati. Nel senso che le loro monete non saranno accettate nei circuiti regolamentati. Per il fisco sarebbe come conservare denaro di dubbia provenienza.

E arriviamo al punto critico. Le tasse. Perché é chiaro che regolamentare il settore si traduce nell’imporre le tasse.

I primi a muoversi saranno gli USA. In dettaglio, l’Internal Revenue Service (IRS). Ossia, l’equivalente statunitense della nostra Agenzia delle Entrate.

In particolare l’IRS, su impulso del Congresso, dovrebbe a breve pubblicare un chiarimento proprio sulle tasse previste per i redditi derivanti da operazioni con criptovalute. Uno dei punti duri che IRS dovrà chiarire riguarda il metodo con cui calcolare i valori imponibili per le tasse su criptomonete. E qui si aprono due scenari. L’identificazione specifica ed il FIFO. Vediamo di che si tratta.

L’identificazione specifica vuol dire individuare in ogni momento tutte le operazioni che coinvolgono monete virtuali. In base alle registrazioni sulla blockchain. Unite alle dichiarazioni degli exhange, in particolare per gli acquisti e vendite con monete fiat. L’autorità fiscale, quindi, vedrà nel dettaglio più spinto cosa si compra, cosa si vende e cosa si scambia. Determinando da tutto ciò il guadagno o la perdita complessiva. Ed attribuendo a ciò le tasse dovute.

Poi, c’è l’altro metodo. FIFO vuol dire First In, First Out. In sintesi, si prende in conto solo le quantità di moneta virtuale acquistata da moneta fiat e, viceversa, la successiva vendita della stessa valuta virtuale in fiat. Senza guardare cosa avviene nel mezzo, tipicamente cambi tra monete virtuali. Alla fine, in base ai soli dati di acquisto iniziale e vendita finale si deduce l’eventuale guadagno, direttamente in moneta fiat. E quindi le relative tasse.

Quest’ultimo metodo, chiaramente, è molto limitato.

E particolarmente vessatorio nel caso in cui, ad esempio, le monete virtuali vengono acquistate a valori particolarmente bassi. Come avveniva nei primi anni di operatività del Bitcoin. Se tali monete vengono vendute in tempi più recenti, ossia a prezzi incredibilmente più alti, il ricavo ottenuto alla fine appare praticamente come tutto guadagno. E la pressione fiscale, calcolata col metodo FIFO, diventa altissima.

Viceversa, il primo metodo identifica minuziosamente le date di acquisto e di vendita di tutte le monete virtuali entrate ed uscite dai propri wallet regolamentati. Anno fiscale per anno fiscale. Alla fine, abbina le date, prezzi di acquisto e vendita e tipo di moneta virtuale utilizzando le informazioni contenute nei registri delle rispettive blockchain. Un metodo molto preciso, complesso ma automatizzabile.

Vediamo di trarre le conclusioni.

La regolamentazione anti anonimato proposta da FATF identifica tutti gli utenti ed operatori in criptomonete come contribuenti. Perché li obbliga a rivelare i propri indirizzi pubblici dei wallet. D’altronde, FATF sa bene che, complice l’anonimato, la mancanza di trasparenza può favorire l’utilizzo delle criptovalute per fini illeciti. Dall’evasione fiscale al riciclaggio di denaro. Fino al finanziamento del terrorismo. Altresì, possiamo sperare che la regolamentare porti il settore all’adozione di massa. Perché permetterebbe di integrare i portafogli bancari con quelli di valute virtuali. Ossia, un domani apriremmo il nostro sito di web banking. E troveremmo tutto nella stessa pagina. Titoli azionari. Commodities. Obbligazioni. Fondi. E monete virtuali.

FONTE: https://it.cointelegraph.com

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