Martedì, 06 Febbraio 2018 12:00

criptomonete: Proof of Work (PoW) o Proof of Stake (PoS)

Coloro che operano con le criptomonete - non moltissimi, in Italia - sentono continuamente parlare degli acronimi PoW e PoS, in particolare quando si parla di fork della blockchain delle principali monete. Vediamo di che si tratta.

Continuiamo a parlare, dopo questo articolo, di criptomonete.

Chi opera, o semplicemente si interessa del mondo delle monete virtuali come Bitcoin, Ethereum, Ripple e via dicendo dovrebbe avere chiari alcuni concetti tecnici base per distinguere e capire punti di forza e debolezze di una moneta (o meglio, un protocollo di moneta virtuale) rispetto ad un'altra. E' il caso dei termini Proof of Work (PoW) e Proof of Stake (PoS). Vediamo di chiarirne il significato ed evidenziarne le differenze.

Se parliamo di PoW e PoS, parliamo dell'utilizzo di algoritmi informatici alla base di criptovalute come Ethereum e Bitcoin ed utilizzati per attuare ciò che viene definito 'consenso distribuito', o 'distributed consensus' in inglese. In parole povere, tutti i nodi della rete della moneta devo concordare sul nuovo blocco (contenente le ultime transazioni valide) da aggiungere alla blockchain.

Cominciamo da Proof of Work, PoW. E' un algoritmo, cioè una procedura di calcolo, utilizzato ad oggi dalle maggiori criptovalute come Bitcoin, Ethereum e Litecoin per raggiungere il suddetto consenso distribuito tra i diversi nodi, ogni volta che, come detto, si aggiunge un blocco alla blockchain.

Nasce ben prima del Bitcoin, addirittura tra il 1993 ed il 1999, con lo scopo di abbattere il rischio di attacchi informatici, in particolare DDoS (Distributed Denial of Service) All'interno dell'algoritmo utilizza una certa funzione matematica - Hashcash (SHA-256) - usata dai miners per risolvere complessi e lunghi problemi matematici sui dati proposti da inserire nel blocco. La funzione in questione, ripetuta una serie notevole di volte (cambiando ogni volta un certo parametro pseudocasuale) produce dati molto specifici che, in qualche modo, la rete usa per verificare che sia stata eseguita una notevole quantità di lavoro (da cui il termine Proof of Work, prova di lavoro).

In altri termini, con Proof of Work il miner produce una mole di calcoli allucinante nel tentare di 'azzeccare' (a seconda del parametro pseudocasuale suddetto) il risultato che si adatta, come un pezzo di un puzzle, all'interno della blockchain in questione. Appunto, è come provare a casaccio, uno per uno, i pezzi di un puzzle, e dar contezza di quanti tentativi sono stati fatti. Evidentemente, è un processo che richiede molto tempo ed energia (traducibile essenzialmente in energia elettrica dissipata), per cui i miners sono ricompensati, da un lato con la ricompensa (block reward) e dall'altro con costi di mining (mining fee).

E passiamo a Proof of Stake, un algoritmo analogo ma più recente del PoW. Nato per migliorare il Pow, è stato proposto per la prima volta da un utente del forum Bitcointalk nel 2012 per limitare in qualche misura il consumo energetico dei miners che utilizzano PoW.

Già, perché il problema  è innanzitutto energetico: minare costa (la bolletta della luce) e spreca enormi quantità di energia: il costo dell’elettricità per la gestione e il funzionamento di un network Proof of Work (ad esempio Bitcoin) si stima dia pari al consumo energetico per milioni di case negli Stati Uniti

Diversamente dalla Proof of Stake: vediamo come funziona. Nell'algoritmo di consenso Proof of Shake non conta il lavoro 'brutale' speso, piuttosto conta il numero di token di valuta digitale detenuti da ciascun utente: più monete si possiedono, più alta è la partecipazione ('stake') e, verosimilmente, maggiore è la probabilità che non si stia violando il sistema. Il ragionamento è semplice: si presuppone che un individuo maggiormente esposto ad una criptovaluta si comporti in modo più corretto ed in linea con le regole, proprio perché ha più da rimetterci in caso la rete venga compromessa e perda la fiducia degli utenti.

In dettaglio, i blocchi di PoS non vengono estratti, come nel caso PoW, ma coniati: i partecipanti che possiedono una partecipazione significativa, cioè che hanno molte monete, vengono selezionati su base pseudocasuale per coniare i blocchi e aggiungerli alla rispettiva blockchain. Ancora più in dettaglio, la selezione pseudocasuale si orienta prevalentemente verso gli individui con una quota maggiore, ma anche verso individui con stake inferiore.

Tipicamente, la Proof of Stake si applica alle criptovalute pre - minate, così da stimolare un forte acquisto di monete da parte degli utenti e quindi aumentare la partecipazione alla rete. Ciò di traduce nel fatto che l'offerta complessiva delle criptovalute con Proof of Stake è fissata all'inizio, non vi è alcun block reward per la creazione dei blocchi (come avviene con Proof of Work) ed i miners guadagnano solo dalle commissioni di transazione associate allo specifico blocco coniato.

Detto ciò, è evidente che, con il passaggio da PoW a PoS, i miners diventano in prevalenza coloro che hanno acquisito monete inizialmente, e quindi hanno consolidato da subito una posizione di elevata partecipazione. Per tutti gli altri, che nel tempo hanno pensato di far mining acquistando hardware costoso ed energivoro per ottenere l'agognato block reward, è bene sapere che tutta questa potenza di calcolo si rivelerà inutile: non sarete voi a convalidare le transazioni ed ottenere in cambio i mining fees.

Come è evidente, Proof of Stake e Proof of Work non sono bene o male, bianco o nero: possiedono i loro punti di forza e di debolezza. Ed è per questo che informatici e specialisti lavorano ogni giorno per trovare soluzioni nuove ed efficienti, magari ibride tra i due metodi, per raggiungere il consenso sulla blockchain. Certamente il problema energetico è una criticità da risolvere, quindi non è pensabile di andare avanti con algoritmi di consenso solo affidato a PoW.

 

FONTE: https://www.money.it

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