Mercoledì, 28 Marzo 2018 12:00

la Corea di Kim: finalmente il disgelo?

E' appena tornato da una visita ufficaile in Cina. Tra qualche settimana assisteremo al faccia a faccia tra USA e Corea del Nord. Speriamo allora che si placheranno gli animi e, soprattutto, si proverà a rimettere la sicura alle armi e riporle nelle rispettive 'fondine'. Ma cosa c'è dietro?

E' un po' che non parliamo della Corea del Nord. Riprendiamo l'argomento, dopo questo articolo.

A poche settimane dallo 'storico' incontro di Kim Jon Un con Donald Trump, il leader nord coreano fa visita in Cina, dove l'ha accolto il presidente cinese Xi Jinping. Nel frattempo, la Casa Bianca ipotizza come luogo dell'incontro una località in Svezia. Oppure in Svizzera, ancora è presto per dirlo con certezza.

Si dice che Kim abbia detto a Xi che è disposto a fermare i piani nucleari solo a patto che un analogo importante passo sia compiuto da USA e Corea del Sud. La cosa certa è che, l'abbiamo visto, in poche recenti settimane si sono registrati enormi e tutto sommato insperati progressi nel dialogo tra la Corea del Nor e la comunità internazionale, intanto con la partecipazione ai Giochi Olimpici invernali di Seul, e poi con l'invito a Trump, subito accettato, per un incontro al tavolo delle negoziazioni. Ed ora il primo viaggio del giovane leader da Capo di Stato oltre il confine nazionale.

Ci domandiamo il perché: è strano un così rapido mutamento di 'approccio' alla politica internazionale, dopo mesi di minacce a suon di missili intercontinentali. Qualcuno dice sia per mera opportunità: prima le sanzioni USA, poi le limitazioni ONU alle esportazioni di carbone e alle importazioni di petrolio, infine a dicembre scorso il veto al rilascio dei visti per i lavoratori nordcoreani impiegati all’estero. Una nota su quest'ultima misura: si tratta di lavoratori sostanzialmente ridotti in schiavitù ed impiegati coercitivamente in Russia, Cina e Mongolia, dalla cui rendita deriva, pensate, una quota non indifferente del già bassissimo PIL nordcoreano.

Il fatto è che le esportazioni nel 2017 in Corea del Nord sono diminuite tipo del 30 percento, verso la Cina addirittura del 35 percento. Tenuto conto che gli interscambi con l'estero valgono circa 5 - 6 miliardi di dollari l'anno, vuol dire parlare di circa un sesto del PIL. Poi, va detto che le importazioni - pur minime - superano, anche se di poco, le esportazioni. Ossia, la bilancia commerciale non sostiene l'economia: diventa un problema acquistare un bene fondamentale come il greggio, pur se appena dell'ordine di  500 mila barili all’anno.

Ma poi, come mai nei mesi scorsi il prezzo di carburanti è addirittura sceso? La risposta sarebbe che dalla Russia arrivano sul mercato nero rifornimenti di petrolio. Viva il mercato nero, diranno, in barba alle sanzioni internazionali. Mentre in parallelo il Paese si rifornisce di contante attraverso le monete virtuali, anche attraverso attacchi informatici o dandosi al mining di criptovalute come il Bitcoin.

Fino ad oggi, secondo Trump, le sanzioni contro la Corea del Nord sono lo strumento giusto per indurre il dittatore agli attesi compromessi. Invece: nel 2016 il PIL coreano era al +3,9 percento, con le sanzioni sarebbe dovuto andare a picco e, invece, anche se non abbiamo ancora dati sul 2017 ci attendiamo un andamento tutto sommato piatto. Altro che resa incondizionata: Pyongyang non è affatto al murodavanti alla comunità internazionale. anche perché i 25 milioni di nordcoreani sono già abituati a vivere nella miseria - negli anni novanta l'ultima carestia provocò addirittura 2 milioni di morti, e tutti fuori del Paese tacquero.

Allora, che vorrà Kim da Trump? Il dittatore deve al suo popolo un miglioramento delle condizioni economiche, glielo deve dal suo insediamento nel 2011, anche perché è l'unica vera garanzia alla sopravvivenza della dinastia Kim, al potere da 70 anni circa. Ad oggi, di fatto, qualche timida tolleranza a limitatissime forme di mercato libero, per quanto nessuna reale riforma sia stata ad oggi varata, ed accanto i tanti, noti propositi bellici, che assorbono circa un quinto della ricchezza annualmente prodotta - ovviamente è la percentuale di PIL più elevata al mondo, ma è comprensibilmente la polizza assicurativa di Kim contro il rischio di un attacco esterno, ordito dagli americani, dai sud coreani o persino dagli 'alleati' cinesi.

E quindi, laddove il peggioramento dell'economia ad opera di Trump appare non riuscito, è certo invece che la campagna nucleare dell'ultimo anno e mezzo ha avuto proprio come scopo quello di portare gli USA al tavolo delle trattative, sotto i riflettori della comunità internazionale e con una risonanza ben più ampia delle effettive dimensioni della tutto sommato limitata potenza orientale.

Magari il coreano si limiterà a chiedere misure ragionevoli, come la fine dell'embargo in cambio della denuclearizzazione della Corea del Nord. magari potrebbe spingersi a chiedere la fine della presenza militare USA nella Corea del Sud, cosa verosimilmente inaccettabile da Washington. Staremo a vedere.

Insomma, la Cina dovrebbe fungere da mediatore tra Kim e Trump. Proprio la Cina che, ultimamente, è in guerra (commerciale) con gli USA per via dei dazi imposti di da Washington su tanti prodotti cinesi. Questo almeno di facciata: è noto che i collaboratori di entrambi i leader USA e cinese stanno lavorando per una posizione mediata che accontenti (in parte) entrambi. E certamente l'incontro con il leader coreano è parte di questa mediazione.

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

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