Corea del Nord: introiti da attacchi di hacker

hacker in Corea del Nord
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Lo dice un rapporto delle Nazioni Unite: la Corea del Nord avrebbe ottenuto (rubato) circa 670 milioni di dollari USA in criptomonete e denaro tradizionale. Tramite attacchi di hacker a svariati Paesi nel mondo.

Abbiamo parlato di utilizzo fraudolento di criptomonete all’estero in questo articolo.

La notizia è riportata dal giornale finanziario Nikkei Asian Review. Cita un rapporto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo cui la Corea del Nord avrebbe accumulato 670 milioni di dollari in monete virtuali e fiat. Conducendo attacchi cibernetici. In altre parole, facendo lavorare i propri hacker. Come ovvio, le Nazioni Unite non si limitano a informare. Stanno valutando le opportune misure, in termini di sanzioni contro Pyongyang.

Sempre secondo il rapporto delle Nazioni Unite reso noto dalla testata finanziaria Nikkei, gli hacker avrebbero attaccato le istituzioni finanziarie di diversi Paesi del mondo dal 2015 al 2018. E sfruttato la tecnologia della blockchain per coprire le loro tracce. Grazie alle caratteristiche di anonimato che essa offre.

Quando parliamo di hacker, nella Corea del Nord non parliamo di ragazzini al college che si travestono da pirati per noia o per bravata. Parliamo di corpi specializzati all’interno dell’esercito. Di gente reclutata ed addestrata per tale incarico.

Si è parlato per la prima volta di attacchi sistematici da parte degli hacker della Corea del Nord all’epoca della compromissione di Interpark, un sito di e-commerce della Corea del Sud. Eravamo nel 2016. I proventi in criptomonete allora rubati, si disse, avrebbero sostenuto l’economia del regime di Pyongyang. Che soffriva delle pesanti sanzioni economiche imposte dalla comunità internazionale per spingere lo stesso regime al disarmo.

La blockchain è perfetta in tali situazioni. Le transazioni di criptomonete sono tracciate pubblicamente, come sappiamo. Ma non è possibile associare ad un indirizzo pubblico (wallet) il nome di chi lo possiede. E quindi, nella blockchain si sa che giri fanno le monete, ma non il nome di chi le possiede e ne usufruisce.

Sempre Nikkei riferisce della proposta delle Nazioni Unite agli Stati membri di condividere ogni informazione utile a tracciare i possibili attacchi da parte degli hacker della Corea del Nord.

Andiamo avanti. Si è scoperto che la tecnologia della blockchain è stata utilizzata da Marine Chain, una startup di Hong Kong. Che ha fornito ingenti somme di denaro in criptovalute al governo della Corea del Nord. In barba alle sanzioni contro la Corea del Nord. Poi, a fine operazione la startup ha chiuso.

Ancora, sappiamo del gruppo di hacker “Lazarus“. Finanziato dalla Corea del Nord, ha compiuto vari attacchi informatici per un bottino totale a partire dal 2017 stimato in 571 milioni di dollari USA, sottratto a vari exchange di criptovaluta. Incluso l’attacco record che ha fruttato 532 milioni di dollari ai danni dell’exchange giapponese Coincheck, a gennaio del 2018.

Come sempre, le monete virtuali sono demonizzate a causa di chi, come nel caso in questione, usa la loro tecnologia a scopi fraudolenti. E non parliamo solo della Corea del Nord. Le sanzioni economiche e commerciali della comunità internazionale hanno colpito anche altri Paesi, come Iran e Venezuela. I quali hanno visto nelle criptovalute un pratico mezzo per eludere le restrizioni finanziarie.

Un esempio è il PayMon. Una moneta virtuale iraniana basata sull’oro. Ed utilizzata da quattro banche iraniane per condurre trattative e transazioni finanziarie con Svizzera, Sudafrica, Francia, Regno Unito, Russia, Austria, Germania e Bosnia. Altro esempio è il Petro, la moneta virtuale del regime in Venezuela, basata sul petrolio.

FONTE: https://it.cointelegraph.com

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