Lunedì, 26 Marzo 2018 13:05

Cina vs USA: il petrolio adesso si paga in yuan

Sappiamo che la Cina non vede di buon occhio gli USA. Ed il contrario. Fatto sta che oggi apprendiamo che, in reazione ai dazi imposti da Washington, la Cina risponde autorizzando il commercio di petrolio in valuta locale, lo yuan.

In Cina inizia una nuova era per il mercato petrolifero: il trading di contratti futures dell'oro nero avviene in yuan, la moneta locale cinese. Con la quale è possibile ora acquistare diversi tipi di greggio, come quello di Dubai, lo Shengli cinese e il Basrah Light.

Già sono in corso i primi scambi, del valore di oltre 10 miliardi di yuan - circa 1,5 miliardi di dollari USA. Il primo contratto, con scadenza settembre 2018, è stato acceso a quasi 428 yuan (pari a 67,80 dollari), in rialzo dai 416 yuan fissati a inizio seduta, corrispondente ad un prezzo inferiore agli oltre 68 dollari vigenti in quel momento per il BRENT, ma superiore ai 64 del WTI americano. Tali contratti sono garantiti dall'oro, e sono un palese segnale di Pechino alla domanda straniera, in modo da attivare una vera concorrenza al granitico sistema dei petrodollari. Addirittura, a fine della scorsa settimana erano già 19 i broker stranieri registrati al nuovo sistema trading con gli occhi a mandorla.

In dettaglio, i contratti regolano il prezzo del greggio per scadenze fino ai 36 mesi. E due saranno le anime degli investitori che si butteranno sul nuovo mercato: quella speculativa e quella protettiva. La prima compra greggio oggi e con consegna fissata in futuro per cercare di sfruttare in proprio favore i movimenti dei prezzi, mentre la seconda rappresenta consumatori che cercano di ripararsi dalle oscillazioni dei prezzi.

La Cina già nel 1993 provò a distaccarsi dal dollaro per pagare il petrolio in valuta locale: allora, però, la volatilità divenne così alta da indurre il proprio governo a porre subito fine alle contrattazioni. Ci riprovarono nel 2012, ma con il tracollo del petrolio degli anni successivi tutto si frenò. Ora comunque siamo a una vera e propria svolta per il sistema dei pagamenti mondiale delle materie prime: la Cina cerca di accelerare la fine del dollaro quale valuta di riserva mondiale, e lo fa colpendo al cuore, cioè minacciandone la domanda finora solidissima, che si regge sulla necessità degli Stati di tutto il mondo di acquistare materie prime in moneta americana.

Non sarà un passaggio breve: occorreranno, semmai, anni e tanta fiducia per fare della Cina una potenza davvero alternativa a quella americana per il sistema di pagamento. D'altronde, è dal 2015 che Pechino ha imposto restrizioni ai movimenti di capitali, proprio al fine di arrestarne i deflussi - col risultato di darne un'immagine non certo molto liberale. Anche il cambio è fissato con criteri diciamo estranei al libero mercato.

Ancora, lo yuan non è direttamente scambiabile da parte degli investitori stranieri, di fatto ne esiste uno per così dire 'offshore'. In aggiunta ad altre limitazioni per l'accesso al mercato finanziario cinese, tutto ciò terrà alla finestra gli investitori stranieri, e quindi continuare a favorire il sistema dei petrodollari almeno nel breve termine.

Insomma, non sarà la fine del petrodollaro, tuttavia un primo passo è stato compiuto. Se poi i 'petroyuan' si riveleranno poco volatili, al netto delle oscillazioni dei prezzi del sottostante, la fiducia pian piano aumenterà, specie se nel frattempo la Cina riuscirà a trascinare dalla sua l'Arabia Saudita. La quale, esportando circa 7 - 7,5 milioni di barili al giorno (prima Nazione al mondo in tal senso) possiede i petrodollari sin dagli anni settanta, quando l'amministrazione di Washington (allora c'era Nixon) stabilì con Re Faisal che il regno avrebbe accettato per le sue esportazioni petrolifere solo dollari, mentre gli USA avrebbero garantito sicurezza nel Medio Oriente.

Altri tempi: da allora abbiamo visto molte cose cambiare. Gli USA non sono più il principale acquirente di carburanti al mondo, e la Cina ha superato gli americani per importazioni di petrolio già nel 2017, con oltre 9 milioni di barili al giorno. Quindi, si fa debole il legame commerciale tra USA e Arabia Saudita, mentre Riad punta sempre più alla Cina, e in generale all'Asia, come mercato di sbocco del futuro. E' un gruppo di circa cinquanta economie asiatiche pesanti, la cosiddetta 'nuova via della seta', in mezzo alla quale il presidente Xi Jinping mira a rendere il suo Paese una sorta di seconda America.

Anche i segnali lanciati da Pechino agli USA sono in linea con queste idee, oltretutto in piena 'guerra commerciale': il governo americano vuole rinsaldare le relazioni diplomatiche con la monarchia saudita, sostenendola nel contrasto con l'Iran e dissuadendola con ciò dall'abbandonare la vecchia politica fino ad oggi seguita, e che soprattutto è stata fruttifera per entrambe le economie.

Bisogna dirlo: la provocazione dei dazi USA su 1.300 prodotti, per un valore totale di 60 miliardi di dollari, ha prodotto un unico effetto: ha accentuato il desiderio cinese di smarcarsi dal sistema monetario e finanziario uscito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, secondo il quale il dollaro comanda con oltre i due terzi dei pagamenti denominati in tale valuta (contro appena il 2 percento in yuan). Proporzioni sbagliate, che non tengono conto della attuale potenza economica e valutaria cinese, ormai divenuta la seconda economia mondiale.

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

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