Martedì, 10 Luglio 2018 15:51

Cina vs Bitcoin

La crociata del governo cinese contro le criptovalute mostra ogni giorno i suoi effetti, come è dimostrazione il crollo di queste ore. Sono lontani i tempi in cui il mercato delle criptovalute era in valuta cinese.

Parliamo ancora di Bitcoin e Cina, dopo questo articolo.

Oggi lo Yuan, la moneta di Stato cinese, è utilizzato in meno dell'1 percento nei mercati globali di criptovalute (siti web di exchange, per capici). Almeno, questo riferiscono i nuovi dati forniti proprio dalle autorità cinesi. D'accordo, magari i numeri sono leggermente 'pompati' per dare il senso dei risultati della lotta del governo cinese al nemico virtuale, ma si parla comunque di numeri ridottissimi.

Insomma: stando ai dati ufficiali, gli effetti della stretta imposta da Pechino sui mercati di Bitcoin ed Altcoin ancora oggi sono visibili. Tutti possiamo verificarlo: il governo cinese ha operato un braccio di ferro contro le valute virtuali che indubbiamente sta avendo l'effetto desiderato: in Cina sono meno utilizzate. O meglio, le transazioni riguardano meno operatori in Yuan.

In numeri, i dati della banca centrale cinese resi noti la scorsa settimana hanno evidenziato che, nel tempo, la quota di Yuan usata in trasferimenti di Bitcoin è precipitata dal punto più elevato (oltre il 90 percento delle operazioni a livello mondiale, neanche troppo tempo fa) alla cifra ridicola prima menzionata, meno dell'1 percento. Frutto del divieto assoluto di ICO in territorio cinese - divieto fatto norma nazionale nel 2017, apparentemente per combattere le truffe, le evasioni fiscali ed il riciclaggio di denaro illegalmente ottenuto. Sempre i numeri cinesi dicono che, dall'entrata in vigore del divieto, le autorità di Pechino hanno fatto chiudere i battenti di ben 88 piattaforme di scambio (siti di exchange) e 85 ICO.

Gli effetti, a parte ovviamente il crollo della domanda - e quindi del prezzo del Bitcoin e Altcoin - ha provocato, con l'azione dei regolatori cinesi, un appiattimento dei mercati, con tendenza verso il ribasso, e quindi ci scordiamo le forti oscillazioni di prezzi, il saliscendi con tendenza al rialzo cui eravamo abituati nella seconda età del 2017. Complimenti agli anti criptomonete di Pechino.

Aggiungiamo che il 5 gennaio scorso è comparso su Twitter un avviso edito dalla China Internet Financial Risk Special Rectification Work Leadership Team Office (lungo nome dell'ente cinese di regolamentazione del rischio finanziario online) che richiedeva ai governi locali una graduale stretta contro i 'miners', i minatori di Bitcoin, affinché costoro abbandonassero il loro business. Tanto per cominciare, l'azione coercitiva faceva leva sul controllo dell'alimentazione elettrica alle 'mining farm', notoriamente energivore, per poi affondare il colpo su argomenti di fiscalità, uso del territorio e protezione dell'ambiente. Validi motivi, certo, ma evidentemente usati come pretesti per far chiudere i battenti ai miners.

Risultato: a partire dal mese di giugno 2017, le fonti pubbliche gridavano vittoria annunciando il dato secondo il quale parecchie mining farm di Bitcoin e Altcoin venivano chiuse o comunque delocalizzate ad aree meno controllate e più fruttifere, come la contea autonoma (guarda caso) di Mabian Yi, tra l'altro sede di una prospera industria mineraria (cioè minerali 'veri') nella provincia del Sichuan. Parliamo della Cina sud occidentale.

 

FONTE: https://www.agcnews.eu

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