Cina: confiscati migliaia di sistemi per il mining

Bitcoin in Cina

La Cina torna ad imporre con severità le proprie disposizioni normative riguardanti l’utilizzo delle criptomonete nel Paese. Ricordiamo che il mining è un’attività sotto l’occhio ispettivo delle autorità cinesi. Per tanti motivi, dallo sperpero di energia elettrica ai circuiti anonimi dei profitti.

Abbiamo parlato di criptovalute in Cina in questo articolo.

Ci interessa sapere che succede nel grande Paese asiatico. Eccome. Perché, ricordiamolo, tra i due terzi ed i tre quarti dei Bitcoin sono frutto di mining proprio in Cina. Attraverso società professionali, come BTC.com, AntPool, F2Pool e tante altre. Le cui attività, chiaramente, sono controllate dallo Stato. Sia per quanto riguarda la fiscalità dei profitti che l’utilizzo di energia a limitato impatto ambientale.

Ma perché il mining mondiale ha sede principalmente in Cina? Semplice, perché l’energia elettrica lì costa poco. E speriamo che lo Stato non cambi idea e ne imponga il termine attività o la delocalizzazione.

Pensate. Immaginiamo che queste attività chiudessero i battenti. E si spostassero in zone dove verosimilmente l’energia elettrica per mining costa di più. Allora, il costo a Bitcoin aumenterebbe vertiginosamente. Cioè, la soglia di convenienza per le aziende di mining si ridurrebbe. Fino al punto che, all’abbassarsi del prezzo del Bitcoin, qualche azienda smetterebbe di fare mining perché sarebbe in rimessa. Uno scenario che porterebbe il prezzo della moneta virtuale ad oscillazioni apocalittiche. Va bene, meglio non pensarci.

Torniamo al mining in Cina.

Dove le autorità sono preoccupate per le attività meno controllate. E meno in linea con la normativa nazionale.

Citiamo la notizia diffusa il 22 dicembre da CCTV, il network nazionale di informazione. Ebbene, si dice che le autorità cinesi abbiano sequestrato circa 7.000 dispositivi per il mining di criptovalute, essenzialmente Bitcoin. Perché stavano utilizzando illecitamente quantità spropositate di energia elettrica.

Le autorità hanno infatti ispezionato oltre 70.000 famiglie. 3.061 commercianti. E ben 1.470 comunità. Ma anche fabbriche, miniere, cortili e villaggi. Tutto nel distretto di Kaiping, precisamente nella città di Tangshan, non lontano da Pechino.

Il motivo delle indagini, iniziate ad aprile scorso, risale ad un uso sospetto dell’energia elettrica. Che alimentava 6.890 miner ASIC e 52 trasformatori ad alta potenza. Tutti sequestrati, perché, secondo la polizia, utilizzavano l’elettricità da un villaggio vicino. E manco poca: i dispositivi per il mining, in funzione 24 ore al giorno, consumavano un quantitativo di energia elettrica pari a 40 volte quello di una normale famiglia. Un po’ troppo per non accorgersene.

Ricordiamo infatti che il mining “sregolato” in Cina è fortemente antiecologico.

Perché l’elettricità per uso domestico proviene principalmente da carbone. Mentre lo Stato cerca di imporre alle mining farm autorizzate l’uso di energia elettrica da fonti rinnovabili.

Il giro di vite sul mining non avviene solo in Cina. Da mesi, altre Nazioni con basso costo di energia elettrica hanno avviato i controlli. A metà novembre, le autorità della regione autonoma della Mongolia interna hanno rafforzato i controlli su società di mining di criptovalute.

Così come l’Abkhazia, un territorio autonomo caucasico della Georgia. Dove da questo mese sono in corso di identificazione svariate mining farm illegali. Il governo locale deve semplicemente puntare il dito dove nota un grosso aumento dei carichi sulle reti elettriche.

Stesso in Iran. Dove, a novembre, le autorità hanno addirittura fissato una taglia sulle attività di mining non autorizzate nel Paese. Ossia, i cittadini possono segnalare le aziende che illecitamente sfruttano le tariffe energetiche agevolate per minare criptovalute. Così facendo, costoro ricevono una lauta ricompensa. Fino al 20% degli importi recuperati.

FONTE: http://m.news.cctv.com/

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