Lunedì, 22 Gennaio 2018 12:00

Bitcoin: ecco i governi che vogliono la propria moneta

Estonia, Russia, Venezuela, e tanti altri: sono molte le patrie dei Bitcoin di Stato, almeno negli intenti. Da un lato annunciano di voler combattere la moneta libera, il Bitcoin. Dall'altro, vogliono creare (e controllare) il loro clone di Bitcoin. In nome della sicurezza, vogliono la tracciabilità dei movimenti dei propri cittadini.

Molti governi annunciano di voler bloccare l'uso e la diffusione delle criptovalute. Il fatto è che sono sulla bocca di tutti, soprattutto delle banche centrali di tutto il mondo. Il fatto strano è che mentre i Paesi ne bloccano, i servizi di trading, sotto sotto pensano ad istituire criptovalute di Stato.

La Nazione capostipite è certamente l'Estonia. E' il Paese più all’avanguardia nel digitale, con iniziative su innovazione e sviluppo tecnologico abbondanti e diversificate, oltretutto discusse lo scorso luglio, proprio all'inizio del semestre di turno estone alla presidenza dell’Unione Europea. Ecco quindi che l'Estonia è il primo Paese europeo a voler introdurre una criptovaluta di Stato, l'EstCoin.

Iniziativa che non ha raccolto il consenso della BCE, intervenuta per bloccare il progetto sul nascere, spiegando che "nessun Paese dell’eurozona può introdurre una sua moneta". Vero, ma il governo estone sta cercando forme diverse per portare comunque avanti il proprio progetto: Tallinn ha infatti inquadrato l'EstCoin nel suo progetto di e-residency, il progetto di l'identità digitale per tutti creata da Tallin per attrarre investitori dall'estero.

Ebbene, l'idea è di agganciare la criptomoneta al valore dell’euro, evitando di creare scompensi e differenze legate agli sbalzi di valore delle monete digitali. Ma la BCE non vuole. ovvio, creare un precedente che incoraggi altri Paesi dell'Unione ad introdurre analoghe iniziative di criptomonete di Stato per autorizzare il pagamento di beni reali. D'altronde, l'Unione si fonda proprio sulla moneta unica, l'euro.

Analoghi ragionamenti avvengono in Russia, dove però comanda solo uno: lo 'zar' Vladimir Putin. Il quale vuole sfruttare le potenzialità del business del Bitcoin, quindi dallo scorso agosto ha avviato il progetto del criptorublo, il Bitcoin alla vodka. Da un lato, il presidente russo parla di Bitcoin come un mezzo per il riciclaggio di denaro, l'evasione fiscale ed il finanziamento del terrorismo - i soliti discorsi - dall'altro, spinge perché il criptorublo diventi l'unica moneta digitale autorizzata in Russia, con un rigido controllo che vieti il mining di qualunque altra criptovaluta. Ed introducendo la Russian Miner Coin, una startup di cui - indovinate un po' - è coproprietario il consulente digitale di Putin, tale Dmitry Marinichev. Tutto il mondo è Paese, lo sappiamo.

Anche Israele si getta nella mischia: Tel Aviv, lo sappiamo, è uno dei principali hub tecnologici a livello globale e certamente leader nella propria area geografica. Ebbene, la Banca d'Israele studia al progetto di una analoga criptovaluta per sostituire il denaro contante. Digitalizzare le transazioni e sostituire progressivamente l'utilizzo di carte di credito o bonifici bancari con operazioni sulla blockchain: una nuova moneta per abbattere l'intermediazione bancaria e favorire il passaggio diretto di denaro tra venditore e acquirente. Con il motivo di Stato di controllare ogni transazione per garantire la sicurezza nazionale, mantenendo la tracciabilità del denaro emesso e rendendone impossibile l'uso anonimo.

Pure gli Emirati Arabi Uniti pensano alla loro moneta digitale, chiamata emCash. QUando si parla di grandi quantità di denaro, d'altronde, Dubai ha voce in capitolo. Infatti: lo scorso settembre ha annunciato l'introduzione di una criptovaluta di Stato, appunto emCash, per pagare una serie di servizi governativi tipo tasse e servizi privati. Con una blockchain tutta sua ed un controllo affidato alla Dubai Economy Accelerators. emCash servirà a rinforzare l’identità finanziaria dell'economia locale ed accelerare l’economia smart.

Ed in ogni gruppo di facoltosi ed innovatori c'è sempre l'intruso: il Venezuela. Un Paese, lo abbiamo detto tante volte, dilaniato da una profonda crisi economica e tensioni politiche e sociali, che ha altro a cui pensare che a farsi la propria blockchain. Invece, anche Nicolas Maduro ha annunciato la criptovaluta di Stato, il Petro. Servirebbe per rifinanziare l'enorme debito, superiore ai 120 miliardi di dollari. In realtà, non ci crede nessuno che creare una versione virtuale degli svalutatissimi bolivares possa aiutare in qualche modo il Paese. Ma il presidente insiste: la nuova criptovaluta sarebbe collegata alle ricchezze del Paese, per combattere sia l'inflazione sia l'embargo internazionale. Oppure, è solo un modo per risparmiare sul costo di carta e inchiostro per stampare banconote ormai senza valore.

Il Canada lo conosciamo come uno dei nuovi paradisi del mining; proprio lì stanno valutando di creare una loro criptovaluta.

Va detto però che, tanti Paesi, da un lato cripto - entusiasti, dall'altro lanciano annunci per bloccare le monete digitali. Come la Corea del Sud che vuole bandire le monete digitali. O la Francia, o la Germania, pronti ad avanzare proposte congiunte di regolamentazione dei Bitcoin in Europa. O la Cina, con la propria banca centrale che valuta il blocco dei servizi di trading delle criptovalute. Per introdurre, anche loro, una nuova moneta digitale di Stato.

FONTE: http://startupitalia.eu/

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