Mercoledì, 27 Dicembre 2017 12:00

Bitcoin: in agenda al G20

Il Bitcoin è l'argomento che scotta, sempre più, sul tavolo dei governi e soprattutto dei ministeri delle finanze. Tanto da metterlo in agenda al prossimo G20.

Torniamo a parlare, dopo questo articolo, del mondo delle criptovalute visto dai governi.

La Francia pone l'argomento delle criptovalute - Bitcoin innanzitutto - nell'agenda del prossimo G20 che si terrà in Argentina. Bruno Le Maire, ministro delle finanze francese  ritiene che la valuta virtuale sia "una risorsa speculativa che può dissimulare ogni tipo di attività illegale; è necessario esaminarlo e vedere come, insieme a tutti i Paesi del G20, possiamo regolarlo".

Si pensa, cioè, alla tutela dei risparmiatori, ma anche ai rischi di finanziamento del terrorismo o di riciclaggio di denaro. E si riconosce come il tema sia globale, e non in stretto ambito nazionale o solo europeo.

Ricordiamo che il Bitcoin è un bene trasferibile ma non duplicabile, spendibile verso terzi uno alla volta, con la garanzia non di un'organizzazione centrale - come la BCE - ma intrinseca nel protocollo informatico - la tecnologia della blockchain. Inoltre, è un bene scarso - limitato a 21 milioni - cosa che lo fa assomigliare ad un commodity come l'oro fisico. Ed è proprio quest'ultimo paragone - pensiamo al ruolo dell'oro nella storia della civilizzazione - a renderne l'impatto dirompente nel futuro dell'economia e della finanza.

Regolare il Bitcoin suona quindi come un paradosso, come regolare l'oro fisico: il Bitcoin è intrinsecamente 'permissionless'. Mentre è necessario perseguire i crimini che utilizzano il Bitcoin come moneta di scambio, come si fa con quelli che usano l'oro o altre forme di pagamento non controllabili.

Ancora, l'ecosistema della moneta virtuale appare come un 'new wild west': come ai tempi della corsa all'oro, questo bene attira truffatori, prestigiatori, ballerine e furfanti da baraccone. Non ci sono mappe e lo sceriffo non è ancora arrivato in città. Perché l'oro luccica, e allora tentare di imporgli vincoli tecnicamente non praticabili o peggio criminalizzarlo diventa inefficace. Piuttosto, la trasparenza delle transazioni del Bitcoin (visibili a tutti, anche se non riferibili esplicitamente ad attori identificati) lascia tracce elettroniche che agevolano il lavoro d'indagine rispetto al contante, ai diamanti o all'oro fisico.

Arriviamo al dunque. È appena partita al Chicago Mercantile Exchange (CME) la contrattazione dei derivati (i Futures) su Bitcoin, mentre la compravendita del bene sottostante (il Bitcoin 'vero') avviene tuttora su siti di exchange e mercati di scambio che, di fatto, sono istituzioni finanziarie non regolate - anche se  i siti più famosi e con maggiore capitalizzazione aderiscono già alla normativa su antiriciclaggio, prevenzione del finanziamento al terrorismo e adeguata verifica.

Tuttavia, se davvero si volesse difendere il risparmiatore, occorrerebbe consentirgli una semplice e sicura operatività in Bitcoin, guidandolo a distinguere tra l'oro digitale e il ciarpame di alternative (i cosiddetti 'altcoins') che ne imitano il funzionamento magari co meccanismi fraudolenti come le ICO (Initial Coin Offering).

In finale, dobbiamo cavalcare il cambiamento in modo corretto e democratico, e non demonizzarlo: la decentralizzazione di pratiche come le transazioni finanziarie rende obsolescenti molte consuetudini finora consolidate. Come basare la sicurezza di un sistema sul monitoraggio operato da un'autorità centrale sulla massa delle conversazioni - come le transazioni finanziarie. La crittografia di tali conversazioni le rende, infatti, imperscrutabili all'analisi: meglio prenderne atto che studiare nuovi e costosi strumenti d'indagine e normative di restrizione del diritto. Demonizzare Bitcoin e crittografia non serve a nulla, anzi: la criptovaluta è la cartina al tornasole della democrazia, basti pensare che è avversata in Paesi a scarsa libertà di espressione come Cina, Russia o Venezuela.

 

FONTE: http://www.ilsole24ore.com

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