approfondimento: Bitcoin cash è migliore del Bitcoin?

Bitcoin vs Bitcoin Cash

Le cose sono cominciate ad andare male dallo scellerato hard fork. Quello che ha visto il nascere di Bitcoin Cash ABC e Bitcoin Cash SV. Da allora, il prezzo del Bitcoin Cash è andato a picco. La domanda è sempre più attuale. Bitcoin Cash è un’alternativa migliore del Bitcoin?

Abbiamo parlato di Bitcoin Cash in questo articolo.

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La domanda in titolo non è affatto peregrina. Il prezzo del Bitcoin Cash (BCH) è sceso a livelli fallimentari da novembre 2018. Quel periodo ha visto nascere due varianti del Bitcoin Cash, la ABC e la SV. La somma del prezzo di entrambe, però, oggi è una frazione minima rispetto al prezzo del Bitcoin Cash prima del fork. Tradotto, il fork ha danneggiato pesantemente tutti gli investitori nel BCH.

Ricordiamo poi che il BCH è nato nel 2017 come hard fork del Bitcoin. All’epoca, si pensava di migliorare la scalabilità del Bitcoin aumentando la capacità dei blocchi, in inglese block size. In dettaglio, da 1 a 32 MegaByte.

Pensate che, con il citato fork del 2018, il Bitcoin Cash SV aumentava ulteriormente tale block size, mentre il Bitcoin Cash ABC manteneva tale fattore inalterato.

Ne parla in merito un articolo tecnico di Cointelegraph. Grazie al quale cercheremo di capire se l’aver creato a suo tempo il Bitcoin Cash sia stato davvero un bene per l’utilizzo della criptomoneta. E se ancora oggi, il Bitcoin Cash presenta migliorie rispetto al Bitcoin. Diversamente, gli investitori dovrebbero seriamente farsi la domanda.

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Per capire bene, facciamo qualche semplificazione. Poniamo – ovviamente, non è così – che Bitcoin Cash sia Bitcoin con solo un maggiore block size. Per il resto, stesso hashrate, stessi miner, stessi nodi. Soprattutto, stesso prezzo in dollari USA.

Come sopra, abbiamo quindi un clone del Bitcoin con la sola differenza di un “big block“. Una capacità massima del blocco di transazioni 32 volte maggiore del Bitcoin.

Il problema che si voleva risolvere con l’aumento della block size era quello della scalabilità “on chain“. Ossia, in ultima analisi, si voleva aumentare il numero di transazioni per unità di tempo. Aumentando la dimensione del “contenitore”, il blocco, che viene più o meno regolarmente aggiunto alla catena di blocchi, la blockchain.

Il block size, infatti, nel Bitcoin resta a 1 MB. E limita artificialmente la quantità di transazioni inseribili in ciascun blocco. Ossia, limita il numero di transazioni al secondo del protocollo Bitcoin. In dettaglio, ogni transazione è un blocco di dati. Che “pesa”in Byte. Quando la somma di questi “pesi” raggiunge il block size, ossia la dimensione massima di 1 MB, il blocco si chiude e le transazioni escluse vanno al blocco successivo.

La conseguenza è che il Bitcoin non è utile come protocollo transazionale.

Viceversa, si presta benissimo come settlement layer, vista la tendenza all’immutabilità delle transazioni inserite sulla blockchain.

Tradotto, il Bitcoin non va bene come sistema di pagamenti alternativo a PayPal o VISA. Pensate, Bitcoin oggi viaggia su 4 transazioni al secondo. PayPal su circa 200 transazioni al secondo. VISA su circa 1700 transazioni al secondo. Un altro pianeta.

A dirla tutta, recentemente il protocollo Bitcoin ha introdotto una importante miglioria. Il SegWit, o Segregated Witness. Che introduce un nuovo parametro chiamato block weight. Diciamo un escamotage con cui i blocchi possono “pesare” di fatto più di 1 MB. Teoricamente, fino a un massimo di 4 MB. Ma lasciamo stare e, per semplicità di confronto, facciamo contro che questa possibilità non esista. Visto che Bitcoin Cash non ha il SegWit.

Esasperiamo allora il concetto. Immaginiamo di aumentare a dismisura la dimensione del blocco. La block size. Addirittura, pensiamo di eliminare tale limite. Come dire, tutte le transazioni che arrivano vengono processate nel primo blocco disponibile. Che quindi, in presenza di tante transazioni, raggiungerebbe dimensioni gigantesche.

Così facendo, sulla carta il protocollo Bitcoin raggiungerebbe il numero di transazioni al secondo di PayPal o VISA. Ma a che prezzo?

Già, c’è un prezzo.

Un controaltare. Un “trade off”, come lo chiamano gli inglesi. Relativo al ruolo dei miner. I quali, come sappiamo, percepiscono un compenso per ogni blocco validato. E, grazie alla loro opera capillare, garantiscono la sicurezza distribuita della intera rete della criptomoneta.

I miner non lavorano per la gloria. Spendono risorse per far lavorare le loro macchine, e se il ritorno economico non li compensa sufficientemente, sono portati ad abbandonare il business.

La loro ricompensa è fatta di due elementi. Il primo è il block reward, ossia il numero di monete create per ogni blocco validato. Attualmente 6,25 Bitcoin per blocco, recentemente dimezzato a seguito dell’halving. Il secondo è il mining fee, ossia le commissioni pagate dagli utenti alla rete per immettere e far validare la propria transazione.

Più si va avanti e più il block reward si riduce. A causa dell’halving, ogni 210.000 blocchi (circa 4 anni). Per compensare tale mancato guadagno, il miner si concentra nel validare le transazioni con maggiore mining fee. Lasciando ad altri quelle con mining fee minore.

Alla fine, per assicurare il profitto ai miner, e conseguentemente la sicurezza distribuita della rete, i blocchi sono saturi, ossia riempiti al massimo, con le transazioni a maggior mining fee. La rete diventa quindi congestionata e processa le sole transazioni più fruttifere. Le altre, quelle meno fruttifere, finiscono in un limbo, la mempool dei nodi. In attesa che il numero di transazioni diminuisca, al rete si decongestioni e quindi ci sia spazio nei blocchi anche per loro.

Fin qui è la situazione del Bitcoin.

Abbiamo, in altri termini, chiarito come mai il protocollo Bitcoin ha un problema di scalabilità.

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Bitcoin Cash pensa di risolvere il problema meramente aumentando la block size. Di 32 volte, da 1 MB a 32 MB. I miner esultano. Teoricamente, possono processare un numero di transazioni 32 volte maggiore. E quindi raccogliere un numero proporzionalmente maggiore di mining fee.

Ai numeri, un blocco del Bitcoin può contenere 2.500 transazioni. Diciamo 4 transazioni al secondo. Bitcoin Cash, invece, 80.000 transazioni. Circa 133 transazioni al secondo. Va da sé che, a parità di profitto per i miner di Bitcoin e di Bitcoin Cash, le mining fee del BCH sarebbero ben minori di quelle del Bitcoin. A vantaggio degli utenti, che pagherebbero commissioni di transazione molto più basse. Un punto a favore del BCH. Apparentemente.

Perché non dobbiamo dimenticare che le criptomonete, Bitcoin o Bitcoin Cash, sono e devono essere denaro contante elettronico decentralizzato. Decentralizzato vuol dire resistente alla censura. Vuol dire transazioni immutabili. Vuol dire controllo distribuito della sua politica monetaria.

Vediamo come ciò diventa difficile all’aumentare della block size, come nel caso del Bitcoin Cash. Vi ricordate della blockchain? La catena di blocchi? Ogni nodo conserva una copia della blockchain. Dal primo blocco a quello in corso di validazione. Una quantità enorme di dati.

Oggi, l’intera blockchain del Bitcoin “pesa” circa 300 GB, come si vede nella figura qui sotto. Ed ha blocchi pressoché saturi.

Bitcoin blockchain size
andamento del Bitcoin blockchain size – fonte Blockchain.com

Con le premesse di semplicità dette all’inizio, facciamo due conti per il Bitcoin Cash. La sua blockchain aumenterebbe di 32 MB ogni 10 minuti. 4.6 GigaByte al giorno, 1,68 TeraByte all’anno. Mentre la blockchain Bitcoin si limiterebbe ad aumentare di 1 MB ogni 10 minuti. 144 MB al giorno. 52,56 GB all’anno.

Ribadiamo il concetto.

A parità di impiego, la blockchain del Bitcoin aumenterebbe di 52,56 GB all’anno, quella del Bitcoin Cash di 1,68 TB all’anno.

Sembrerebbe un “non problema”. Le memorie per lo storage dei dati costano sempre meno e sono sempre più voluminose. Ma non è solo quello il problema. Questa incredibile mole di dati va scambiata e sincronizzata tra nodi continuamente. Su linee internet adeguatamente veloci. Con dispositivi che processino tali dati in tempo reale.

Insomma, un tale aumento delle dimensioni della blockchain richiede che l’intero network sappia gestire l’intesa mole di dati senza interruzioni del servizio né colli di bottiglia. La rete della criptomoneta, cioè, deve crescere coerentemente con la dimensione del blocco.

Questo è facile in Paesi industrializzati e prosperi, come molti Paesi occidentali.

Ma non dobbiamo supporre che ciò accada in tutto il mondo. Tanti Paesi ancora non hanno infrastrutture che possano consentire di gestire una rete di criptomonete così densa di dati.

Presso tali Paesi, pensiamo alle tante Nazioni meno industrializzate in Africa, potenti reti ed infrastrutture sono esclusivo appannaggio di grandi aziende. In altri luoghi, come in Cina, il governo totalitario controlla le poche aziende in possesso delle idonee tecnologie.

Ebbene, in questi casi sarebbe ben poco distribuito il controllo stesso della rete di criptomonete. La criptomoneta non potrebbe essere, in quei Paesi, denaro elettronico decentralizzato. Sarebbe facilmente soggetto a controllo di poche, grandi compagnie. E sensibile al controllo ed alla censura governativa.

Ricordiamo che la resistenza alla censura ed al controllo di pochi rende il Bitcoin migliore di tanti esperimenti di digital currency precedenti, finiti male. Ad esempio Ecash. Oppure eGold. Tutti progetti chiusi dal governo USA con estrema semplicità.

Laddove le infrastrutture fossero controllabili da pochi, e quindi la rete non sarebbe di fatto decentralizzata e distribuita, sarebbe troppo facile per grandi aziende e governi modificarne le sorti. Ancora più di quanto avviene nel sistema monetario attuale.

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Arriviamo alle conclusioni.

Vi siete mai chiesti come mai è semplice eseguire un hard fork su Bitcoin Cash. Ancor più semplice su Bitcoin Cash SV. E molto meno semplice su Bitcoin? Ecco, il motivo sta proprio nel fatto che, all’aumentare della dimensione del blocco, diminuisce il carattere “democratico” della moneta. La criptovaluta BCH ABC, peggio ancora quella BCH SV, sono sotto il reale controllo di pochi. E sono manipolate da questi. Mentre il Bitcoin, per ora, è ancora resiliente a tali fenomeni. E quindi è più complicato far concordare i tanti attori sulla opportunità o meno di procedere ad un hard fork.

In finale, al momento è meglio avere blocchi di piccole dimensioni. Una infrastruttura più dedicata alla conservazione del valore, come l’oro, che a processare tantissime, rapide transazioni di valore, come la rete VISA. Meglio una rete di criptomonete spesso satura, se vogliamo preservarne il carattere decentrato e distribuito.


Le vere innovazioni devono invece concentrasi sul divario tecnologico ancora esistente in tanti Paesi. Devono consentire l’aumento capillare del numero di nodi validatori della rete. Solo così è possibile aumentare e consentendo di aumentare il block size senza vedere effetti negativi.
Un esempio è il modello economico dei second layer. Come nell’implementazione del Lightning Network. Che prevede un compenso ai nodi per il routing delle transazioni. E crea reti di reti, scalabili a piacere. In definitiva, è possibile utilizzare un second layer come Lighting Network per micro pagamenti. Con performance pari a quelle de circuito VISA. E dedicare spazio sulla blockchain a transazioni di tipo settlement layer, il nostro attuale protocollo Bitcoin.

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FONTE: https://it.cointelegraph.com/

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