approfondimento: come funzionano gli stablecoin

Tether stablecoin virtual currency

Accanto alle criptomonete più note, come il Bitcoin, esistono gli stablecoin. Monete virtuali il cui prezzo è saldamente ancorato a quello di una valuta fiat, tipicamente il dollaro USA. Hanno la tecnologia delle criptomonete ma il prezzo (e le oscillazioni) di una moneta fiat. Vediamo a cosa sono utili e quali problemi possono introdurre.

Abbiamo approfondito i meccanismi di consenso PoW e PoS in questo articolo.

Tra i problemi più visibili di una criptomoneta “classica” come il Bitcoin c’è la sua volatilità. Ebbene, gli stablecoin vogliono risolvere proprio questo problema. Un aspetto che nel breve termine attira speculatori. Ma nel medio e lungo termine scaccia gli investitori istituzionali ed i grandi gruppi bancari. In generale, ostacola la diffusione ed affermazione delle monete virtuali.

Lo stablecoin è una criptomoneta. Ha la sua blockchain. Non dipende da alcuna autorità centrale. Ma non aggancia il suo prezzo a quello del proprio mercato, cioè alla logica di domanda ed offerta. E’ invece ancorato ad una risorsa del mondo reale, come il dollaro USA. Piuttosto che la quotazione ufficiale di un bene globale, come l’oro.

Proprio per questa sua caratteristica, può essere adottata come mezzo di pagamento. Di fatto, è la versione digitale della moneta fiat o del bene cui si aggancia.

Abbiamo quindi capito il suo principale vantaggio. Può essere usato per scambio di beni e servizi, laddove chi compra e chi vende vogliono che il prezzo rimanga stabile.

Diversamente, se comprassi il bene in Bitcoin, il giorno dopo il suo prezzo in moneta fiat sarebbe cambiato. Anche sensibilmente. E scoprirei di averlo pagato troppo o poco.

Questo aspetto è fondamentale quando si parla di servizi duraturi nel tempo. Pensiamo ad un’assicurazione. Oppure ad un mutuo. In tali contesti è utile la tecnologia della moneta virtuale. Ma è fondamentale la stabilità del prezzo. Ovvero, del suo potere di acquisto.

La pensa così Ferdinando Ametrano, professore di Bitcoin e blockchain al Politecnico e all’Università Bicocca di Milano. Per lui lo stablecoin è una specie di Sacro Graal della storia della moneta. E’ la soluzione di una moneta virtuale stabile. Anche se, va precisato, in assoluto non esiste un riferimento di prezzo stabile. Cioè, il dollaro USA a pensarci bene non è stabile. Ma certamente oscilla meno del Bitcoin.

Scendiamo più in dettaglio. Possiamo individuare tre tipi diversi di stablecoin. A seconda del collaterale, cioè il riferimento di prezzo.

Il primo. Stablecoin con collaterale in moneta fiat. Vuol dire che una certa quantità di moneta fiat, come il dollaro, viene depositata a garanzia dell’emissione della corrispondente quantità di stablecoin.

Prendiamo l’esempio del primo stablecoin collaterale in moneta fiat: il Tether. Emesso dalla società Tether Limited. Agganciato al dollaro USA: un Tether è pari ad un dollaro. Più o meno: in casi di forte speculazione o mancanza di fiducia nella moneta, può oscillare (leggermente) intorno al rapporto unitario col dollaro.

Il problema di tale tipo di stablecoin è che occorre una autorità centrale.

Non per le transazioni di moneta. A quello ci pensa la blockchain. L’autorità centrale occorre per custodire l’equivalente ammontare in dollari (il custode). E, soprattutto, per garantire che tale ammontare esista davvero (il revisore).

Il secondo. Stablecoin con collaterale in criptomoneta. Ossia, si aggancia ad un’altra moneta, tipicamente di elevato volume e quindi di una certa stabilità. Questo sistema evita di avere un’autorità centrale, certo. Ma le oscillazioni di prezzo? In qualche modo, il prezzo di tale stablecoin non oscilla. Con la sovragaranzia. Cioè, depositando a garanzia più moneta fiat del corrispondente in stablecoin.

Facciamo un esempio. Vogliamo acquistare 10 stablecoin con collaterale in Ethereum.

E ipotizziamo che Ethereum costi in quel momento 100 euro. Ebbene, depositiamo 1.500 euro. Ma riceviamo 10 stablecoin, corrispondenti – in quel momento – a 1.000 euro. Gli altri 500 euro restano a garanzia delle oscillazioni.

Ma attenzione. Se il prezzo dell’Ethereum oscilla del 30%, siamo a posto: lo stablecoin resta ancorato al cambio Ethereum / euro iniziale, e l’oscillazione di Ethereum non si riflette sullo stablecoin. Poiché tale oscillazione del prezzo di Ethereum corrisponderebbe ad un valore inferiore alla garanzia di 500 euro.

Ma se l’oscillazione è maggiore, e facciamo il caso che lo sia in perdita, allora frittata è fatta. E non c’è garanzia che tenga.

Addirittura, in caso di cigno nero – cioè, di perdita totale del valore – non solo si perderebbe il valore in Ethereum (i 1.000 euro), ma anche la garanzia (i 500 euro). Danno e beffa, insomma.

Terzo. Stablecoin non collateralizzate. Senza garanzia, insomma. Cioè, si va a fiducia del mercato. Chi acquista tali monete crede (o spera) che il prezzo rimarrà fisso a un dollaro. Quello che succcede è semplicemente questo: se il prezzo supera un dollaro, l’offerta di moneta aumenta. Per abbassarne il prezzo. Quando invece il prezzo scende sotto un dollaro, l’offerta diminuisce per rialzarne il prezzo. Banalmente, l’unico meccanismo che tenta di assicurare la stabilità del prezzo è una pressione al rialzo o al ribasso sul prezzo.

E veniamo alle critiche. I puristi delle criptomonete, i discendenti di Satoshi Nakamoto.

Quelli che vedono nella moneta virtuale un sistema anarchico e rivoluzionario per abbattere i sistemi bancari ed i monopoli finanziari. E che non tollerano una moneta virtuale al guinzaglio di una moneta fiat.

Anche Ametrano ha delle riserve sugli stablecoin.

In verità, come spesso succede nel far west delle crittovalute, si tratta di tentativi velleitari e corsari. Uno stablecoin dovrebbe avere un collaterale. Insomma, garanzie finanziarie per assicurarne in ogni evenienza la sua convertibilità in una unità del paniere di riferimento. Ma gli esperimenti di maggior successo non forniscono, per ora, alcuna garanzia reale. E sembrano riproporre in ambito crittovalute i peggiori comportamenti di re, imperatori, governi e banchieri centrali. Che creano moneta dal nulla. Senza nemmeno il contesto di un chiaro contratto sociale.

Il futuro degli stablocoin dipende quindi dal loro uso.

Aggiunge Ametrano:

La strada degli stablecoin è promettente, a patto di interpretarla come una impresa dove bisogna mettere a rischio i propri capitali, non creare ricchezza dal nulla. L’imprenditore monetario che accantonasse riserve nell’equivalente digitale dell’oro, cioè Bitcoin, fornendo garanzie sovrabbondanti per la convertibilità del suo stablecoin, sarebbe un innovatore a cui applaudire. Questo è uno scenario a cui arriveremo: monete private e monete con corso legale che si fanno concorrenza. Che vedrà l’affermazione della migliore moneta. Cioè, di quella più stabile rispetto a un paniere di riferimento sensato per una data economia.

Ad oggi ci sono tanti esperimenti di stablecoin. Impossibile dire quale sia il migliore. Ci sono pro e contro. Globalmente, o ci si fida del mercato, o di un’autorità centrale. E per ora non c’è una via di mezzo che salvi capra e cavoli.

FONTE: https://www.wired.it

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