Lunedì, 05 Giugno 2017 13:04

Venezuela: Trump potrebbe spingere Maduro verso il baratro

Dopo la politica di Obama, che ha teso la mano verso il regime di Cuba per sostenerne l'economia sofferente e, in cambio, agevolare l'ingresso degli investitori americani nell'isola caraibica, ecco la mossa (per ora ancona un'ipotesi) dell'amministrazione Trump: embargo degli States contro le esportazioni di petrolio del Venezuela. Poveri venezuelani, già alla fame e sul'orlo della guerra civile.

Riprendiamo, dopo questo articolo, con le notizie sul devastato popolo venezuelano.

Gli alti funzionari della Casa Bianca, a domanda, non si sbottonano molto: "Tutte le opzioni sono sul tavolo", riferiscono. Ma di fatto, non smentendo, confermano le indiscrezioni secondo cui l'amministrazione di Donald Trump starebbero valutando l'attivazione di pesanti sanzioni contro il Venezuela di Nicolas Maduro. Come se ce ne fosse bisogno per scuotere la situazione interna, già alla deriva: in soli due mesi di scontri di piazza sono stati uccisi più di sessanta persone tra manifestanti e agenti di polizia.

Lo abbiamo già detto: l’economia del Paese sudamericano è al collasso da parecchi mesi, ed ormai imperversa tra la popolazione una gravissima carenza di beni primari - anche il pane, tanto per capirci - che sta provocando una vera e propria fame, con scene di miseria impensabili fino a qualche anno fa per una Nazione così ricca di materie prime - in primis il petrolio: ora, invece, i cittadini devono rovistare nei cassonetti per trovare qualcosa da mangiare.

L'ipotesi di cui tutti parlano ma che nessuno vuole confermare sarebbe fatale per l'amministrazione Maduro: l’embargo USA contro il petrolio venezuelano. Ricordiamo infatti che il Venezuela esporta al 95 percento il greggio, che quindi è l’unica fonte di guadagno in dollari. Allora, se gli States comminassero le 'classiche' sanzioni del tipo di quelle finora applicate verso alcuni Paesi arabi, il Venezuela non potrebbe più vendere greggio a nessuno, proprio perché l'eventuale acquirente sarebbe poi tagliato fuori dal circuito finanziario americano - indipensabile per qualunque mercato internazionale. Ecco quindi l'effetto voluto: isolare economicamente uno Stato tagliandone ogni possibile esportazione.

Un embargo siffatto sarebbe drammatico per chiunque, figurarsi per Caracas: senza alcun dollaro in ingresso, la crisi interna sarebbe immediatamente amplificata e la guerra civile sarebbe veloce e certa. Ma ci sono anche scenari USA più morbidi, come specifiche sanzioni contro la compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA, con l’esclusione dalle gare di appalto negli USA. Diciamo che, rispetto all'altra ipotesi, questa produrrebbe effetti meno immediati e sofferti per il popolo.

Trump, comunque, farebbe bene a pensarci prima di attuare l'ipotesi più rigida: il regime di Maduro prima o poi crollerà, proprio perché non più sostenibile a causa del fallimento del socialismo bolivariano sopravvissuto fino ai tempi di Chavez. Se gli USA intervenissero, infatti, l'opinione mondiale potrebbe dare a questi la resposabilità della caduta del “chavismo”,e pertanto addossare alle interferenze di Washington la colpa della crisi umanitaria che si scatenerebbe nel Paese. Meglio lasciarli 'cuocere nel loro brodo', suggeriscono a Trump da più voci.

Ma c'è un altro attore: la Russia. Perché il Venezuela è ancora un solido alleato della Russia di Vladimir Putin, e Trump tenta da settimane di riavvicinarsi allo stato sovietico, dopo anni di tensioni geo - politiche. Invece, se gli USA spingessero al tracollo l'economia di Caracas, gli altri Paesi centro - sudamericani vicini alla Russia, come Cuba, si avvicinerebbero ancor più all'area sovietica. Infatti, l’Avana oggi dipende da Caracas per le importazioni energetiche, ma se la politica di Trump spigesse ancor più al taglio dei barili di petrolio inviati all'isola caraibica a costi politici, a maggior ragione Cuba chiederebbe sostegno economico all Russia. Cosa che, come si diceva al riguardo della politica filo cubana iniziata da Obama, potrebbe ledere gli interessi degli investitori statunitensi.

Andiamo avanti: è evidente che l'immediata ripercussione di un eventuale embargo contro il petrolio dal Venezuela sarebbe l'aumento delle quotazioni internazionali sul greggio: di fatto svanirebbe sul mercato un’offerta da 2 milioni di barili al giorno, oltre il 2 percento del totale, pari appunto alla produzione di Caracas. E consideriamo anche le notizie di queste ore in medio oriente, dove irrompe l’isolamento del Qatar da parte dell'Arabia Saudita del Bahrein, degli Emirati Arabi e dell'Egitto per le accuse di sostegno al terrorismo islamico: tutto insieme è una pentola a pressione sui mercati internazionali che potrebbe presto o tardi esplodere.

A gettar benzina sul fuoco ci pensa anche la United Airlines, che ha già annunciato il taglio di tutti i voli da e per il Venezuela dal prossimo 1 luglio, apparentemente a causa della scarsa domanda per tale servizio. Fatto sta che le compagnie aeree straniere vantano crediti verso il governo venezuelano per circa 4 miliardi di dollari, per il fatto che il Paese latino da anni non consente alle compagnie di convertire da bolivar a valuta estera (dollaro, evidentemente) i ricavi maturati in Venezuela dalla vendita dei biglietti aerei.

Pensate, anche Alitalia ha fatto la sua parte nelle pressioni contro il Venezuela: anche la compagnia (più o meno) italiana ha da tempo sospeso i voli. Unico segnale positivo per Maduro che si è appreso finora: l’acquisto di bond sovrani sul mercato secondario per 2,8 miliardi di dollari da parte di Goldman Sachs. La domanda è d'obbligo: la banca non conosce i piani dell’amministrazione Trump per accelerare la caduta di Maduro, o forse è tutta una bufala e Goldman Sachs lo sa per certo?

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

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