Venerdì, 07 Giugno 2013 14:00

Venezuela sull'orlo della bancarotta

Il Venezuela, ancora in lutto per la perdita di Chavez, è in profonda crisi. Talmente profonda che non ha più soldi per acquistare prodotti di prima necessità come la carta igienica o i pannolini, talmente profonda che i bond nazionali rendono (renderebbero, per meglio dire) fino al 12 percento. A questo punto, o intervengono in aiuto capitali esteri, o sarà la bancarotta.

Le malelingue dicono che il Venezuela abbia dilapidato gli ultimi, ingenti capitali in campagne elettorali fiume e - peggio - per le forze armate. Fatto sta che oggi il paese, sotto la guida dell'erede di Chavez, il presidente Nicolas Maduro, non ha neanche i soldi per finanziare l'importazione di beni per l'igiene personale, tanto che l’Assemblea Nazionale arriva a stanziare più di 80 milioni di dollari per tali esigenze. Benonteso, è' solo una misura tampone, una "toppa a colori" che prolunga un'agonia, rimanda ma non risolve il problema. Piuttosto, questo rivela quanto siano urgenti soluzioni più strutturali.

Le casse del Paese si stanno prosciugando ogni giorno che passa, visto che la politica di Chavez di controllo dei prezzi ha comportato un grosso dispendio di denaro pubblico: i prezzi che lo Stato ha mantenuto artificiosamente, e salatamente, sotto il costo di mercato ora gridano vendetta, e portano all'odierna carenza del prodotto e soprattutto della valuta straniera, i dollari, tutti spesi comprare le materie prime.

Le aziende riducono la produzione, alcune chiudono; solo un mese fa le riserve internazionali in Venezuela erano di 25 miliardi di dollari - circa il 70 per cento era in oro - con una riserva liquida disponibile per le importazioni di meno di 3 miliardi di dollari: pochini per l'ordinaria amministrazione e soprattutto pe onorare i pagamenti sugli interessi del debito internazionale.

Conseguenza di questo scenario è il crollo delle obbligazioni in dollari del Venezuela, con rendimenti che schizzano al 12 percento (e rischio di insolvibilità proporzionale, evidentemente) e rating S&P B+ ai titoli di Stato internazionali. Un esempio? Il bond Venezuela 9,25% 2027 (in sigla: US922646AS37), decisamente seguito dai traders, ha perso 15 punti in poche settimana passando da 100 a 85 per un rendimento a scadenza che supera oggi il 12 percento.

Colpa di una malagestione interna? Macchè: le autorità governative venezuelane parlano di cospirazione da parte di una cerchia di multinazionali spalleggiate dall'opposizione guidata da Henrique Capriles. Ma è una scusa poco credibilie: le quotazioni del petrolio da tempo sono deboli sotto i 100 dollari al barile, mentre il prezzo dell'oro, di cui le casse nazionali sono piene, è in costante discesa. E, ovviamente, la moneta nazionale - il Bolivar - si deprezza mentre l'inflazione galoppa al 25%, il dato più alto in tutto il Sud America. Che fine ha fatto tutto il petrolio che Chavez ha esportato, nessuno lo sa con certezza che fine ha fatto.

Secondo gli analisti, a questi tassi di interesse diventa impossibile emettere nuovi titoli di Stato, al punto che le autorità monetarie hanno già pensato di raccogliere nuovi fondi tramite l'impresa petrolifera statale PDVSA, peraltro già fortemente indebitata. Dopodichè, il Venezuela può andare col cappello in mano da Obama e chiedere aiuti, visto che alla morte di Chavez non sono stati rinnovati gli accordi con la Cina, principale partner strategico del Venezuela ed ago della bilancia dei pagamenti. Perchè, è bene ricordarlo, è la Cina il principale creditore verso il paese latino.

Insomma, il default - o bancarotta, per usare un termine più familiare - è ormai una possibilità per il 2013 sempre più concreta. E l'unica speranza sembra essere il soostegno - gli aiuti economici, tradotto - degli USA, partner che riceve dal Venezuela ogni giorno un milione di barili di petrolio.  Anche se I rapporti con gli USA sotto Chavez non sono mai stati buoni. Segno di un cambiamento potrebbe esserel'accordo per l'aumento dell'export da 1 a 1,5 milioni di barili di petrolio verso gli USA entro l'anno. In cambio del prestito di liquidità, ovviamente.

Il default tecnico del Venezuela sarebbe una vera manna per gli USA: dollari freschi a vagonate per Caracas in cambio di contratti per lo sfruttamento delle immense risorse energetiche da parte dei colossi petroliferi americani. E già c’è chi scommette su questa eventualità, con i Credit Default Swap (CDS) venezuelani schizzati a 963 punti.

 

FONTE: http://www.investireoggi.it

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