Giovedì, 03 Agosto 2017 14:41

Venezuela: il popolo soffre e le banche fanno affari

Sempre peggio in Venezuela: l'82 percento delle famiglie è in stato di povertà, 2,4 milioni di cittadini frugano tra i rifiuti. Mentre le banche d’affari approfittano della situazione comprando titoli di Stato a prezzi stracciati, evidentemente speranzosi di trarne un gigantesco guadagno.Sarà così?

Riprendiamo il discorso trattato in questo articolo sulla crisi in Venezuela.

Passata - tra sangue e arresti - la contestata votazione per l'Assemblea Costituente, le cose nel Paese latino non sono molto cambiate, per lo meno non sono certamente migliorate: le esportazioni di petrolio sono ormai a soli 2.200 dollari a cittadino, il PIL è ormai più contratto percentualmente di quello USA ai tempi della grande depressione.

Il 72 percento dei venezuelani è dimagrito nell’ultimo anno, e non è per motivi estetici: la crisi dei mercati alimentari ha prodotto un calo medio di 8,7 chili pro capite. Il Bolivar è crollato pressoché totalmente rispetto al 2010. Il disastro politico del Venezuela, con un potere ormai ai livelli di una dittatura, è solo la punta dell’iceberg di una clamorosa situazione economica e sociale: l'inflazione ha raggiunto livelli ingestibili, mancano quasi tutti i generi di prima necessità e le riserve valutarie sono oramai agli sgoccioli. Altro che 'Venezuela Saudita': il presente appare complicato e il futuro a dir poco incerto.

Ma, inaspettatamente, Goldman Sachs ha acquistato 2,8 miliardi di dollari in titoli di Stato - finanziando di fatto la politica di Maduro, ha ottenuto uno sconto del 70 percento approfittando dei 'saldi' di Caracas.

Andiamo ai numeri. Lo scorso 22 luglio, più di 35 mila venezuelani hanno oltrepassato la frontiera con la Colombia allo scopo di reperire cibo, medicine e altri beni di prima necessità: il confine era chiuso da 11 mesi, a valle di un presunto attacco di paramilitari colombiani contro una pattuglia militare venezuelana che nella città di San Antonio aveva provocato tre feriti. In patria, secondo uno studio della Universidad Católica Andrés Bello e dall'Istituto Ecoanalítica, a novembre 2016 l’8% dei venezuelani ha dichiarato di cercare qualcosa da mangiare nella spazzatura - parliamo quindi di di 2,4 milioni di persone.

La povertà dilaga: stando alle ricerche dell'Encuesta sobre Condiciones de Vida en Venezuela realizzate nel febbraio 2016, nel Paese vi sono l'82 percento di famiglie povere, contro il 48% del 2014. Di queste, per oltre la metà parliamo di povertà estrema. Ancora, è aumentata dall'11,3 percento del 2015 al 32,5 percento del 2016 - quasi 10 milioni di persone in valore assoluto - la percentuale di persone che consuma due o meno pasti al giorno.

Il Bolivar ormai è carta straccia: conplice l'inflazione senza controllo, secondo DolarToday.com il cambio del Bolivar contro il dollaro al mercato nero al 28 luglio ha sfondato il tetto dei 10.000 bolivares per dollaro - nel 2010 il cambio era 10 a 1, quindi la perdita del Bolivar è stata del 99,9 percento.

C'è da dire che a luglio Maduro ha aumentato il salario minimo del 50 percento - per la terza volta nel 2017 - portando tale somma a 97.531 bolivares al mese. Stando al tasso ufficiale sarebbero 65 dollari, ma secondo il più realistico cambio del mercato nero la stessa somma non supera i 10 dollari. In più, il governo supporta la popolazione con l'erogazione di voucher alimentari del valore di 153.000 bolivares al mese: complessivamente quindi, il reddito minimo arriva a circa 25 dollari 'veri'. Sempre in tema di moneta, ormai si circola - per chi può - con un taglio alto delle banconote, ossia biglietti da 1.000, 5.000, 10.000 e 20.000 bolivares: altro che il 'bolivar fuerte' lanciato nel 2008.

Sentendo cosa dice il Fondo Monetario Internazionale, il PIL del Venezuela nel 2017 si è ridotto del 35 percento rispetto al 2013. Come detto, siamo peggio di quando si abbassò il PIL degli USA durante la Grande Depressione, tra il 1929 ed il 1933 - allora si ridusse del 28 percento.

Le esportazioni di petrolio, unica vera fonte di sostentamento del Paese, sono diminite di 2.200 dollari pro capite tra il 2012 e il 2016 - di cui 1.500 dollari sono da attribuire al calo dei prezzi. Non è poco, considerato che il reddito medio pro capite in Venezuela è sotto i 4.000 dollari. In altre parole, il PIL pro capite si è ridotto del 40 percento, quasi la metà insomma.

La Banca Centrale del Paese ci indica cn i dati di luglio che le riserve valutarie oggi ammontano a circa 10 miliardi di dollari - così basse erano solo agli anni '90, si pensi che nel 2011 erano a circa 30 miliardi di dollari. Oltretutto, entro la fine dell’anno il Venezuela dovrà far fronte ad ulteriori debiti per 5 miliardi di dollari. E attenzione, queste riserve sono in buona parte rappresentate dall'oro, quindi non sono liquide ma soggette alle più o meno repentine variazioni di prezzo nel mercato globale.

Insomma, la situazione è disperata: si pensi che Paesi vicini come Brasile e Argentina, che stanno in questo periodo pian piano superando le recessioni delle loro economie, detengono rispettivamente riserve per 362 e 48 miliardi di dollari.

Ebbene, in tutto questo squallore per Maduro è arrivata una boccata di ossigeno giusto alcune settimane fa da Goldman Sachs, che per l'appunto ha acquistato bond di PDVSA (la compagnia petrolifera dello Stato) per 2,8 miliardi di dollari su titoli con scadenza 2022. I quali, guarda un po', sono stati acquistati con uno sconto del 69 percento, in finale portando nelle casse dello Stato 865 milioni di dollari.

Dal punto di vista del gruppo bancario, "Abbiamo investito nei bond PDVSA perché riteniamo, come molti nell’industria dell’asset management, che la situazione nel Paese sia destinata a migliorare nel tempo. Abbiamo acquistato questi bond, che sono stati emessi nel 2014, sul mercato secondario e non abbiamo interagito con il governo del Venezuela". Ma l'operazione, almeno secondo le informazioni di cui dispongono i comuni mortali, non è certo esente da rischi: la pensa così Torino Capital, altro noto gruppo bancario USA, che in una nota recente segnalava in numeri la confidenza in questo tipo di investimenti.

In dettaglio, secondo Torino Capital, la probabilità di default del Paese nei prossimi cinque anni è al 95,6 percento, parimenti quella di PDVSA è del 97,8 percento. Analogamente, la probabilità di default del Paese nei prossimi 12 mesi è al 62,8 percento ed al 67,5 percento per la compagnia petrolifera. Tradotto, è molto probabile che i bond venezuelani e quelli del gruppo petrolifero nazionale diventino carta straccia entro un anno, e comunque è assolutamente certo che non arriveranno a durare altri cinque anni. La domanda è: invece, che conti ha fatto Goldman Sachs?

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it

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