Martedì, 21 Novembre 2017 18:07

Venezuela come Grecia verso il default

Se hai un debito piccolo, sono problemi tuoi. Ma se hai un debito enorme, come quello a carico di un'intera Nazione, allora il discorso cambia: puoi negoziare con i creditori, in fondo il problema è essenzialmente di questi ultimi. Come in Grecia, così in Venezuela.

Riprendiamo, dopo questo articolo, l'argomento della crisi nel Paese caraibico.

Il Venezuela è ad un passo dal default, questo lo abbiamo capito bene. La miccia verso l'esplosione della situazione economica nel povero Paese (ma ricco di petrolio) l'hanno accesa alcune compagnie pubbliche che, una dopo l'altra hanno iniziato a non restituire più gli interessi dovuti in forma di cedola sui bond da loro stessi emessi. La fase successiva, automatica, è stata quella di evitare di dichiarare il fallimento sul proprio debito estero aprendo i lavori, almeno nelle intenzioni, di un tavolo di trattativa con i principali creditori. Cioè, con Russia e Cina.

Intanto con la Russia: il governo di Nicolas Maduro ha raggiunto con Mosca un accordo per ristrutturare parte del debito con la Russia, e parliamo di una cifra che si aggira intorno ai tre miliardi di dollari. I termini dell'accordo sono che il Venezuela dovrà effettuare pagamenti in misura ridotta sui bond acquistati dalla Russia nel corso dei prossimi sei anni. Insomma, paga con lo sconto, ma paga.

Tuttavia, è un piccolo passo, quasi simbolico rispetto all'ammontare del debito contratto dal Venezuela, che in totale ammonta oggi a 150 miliardi di dollari. Analogo discorso con la Cina, altro grande creditore per una cifra che si aggira sui 23 miliardi di dollari. Il governo di Pechino, secondo la migliore interpretazione del linguaggio della diplomazia cinese, ha fatto intendere di aver diffuso segnali di distensione verso Caracas.

Il punto resta: la crisi nel Paese caraibico non può dirsi del tutto risolta, hanno circa 60 miliardi di scadenze per i prossimi mesi, una situazione economica che resta precaria e un’inflazione a livelli da record. Comunque, pensate che il default di uno stato sovrano - la bancarotta, insomma - è un’evenienza più comune di ciò che si possa credere, visto che la maggior parte delle Nazioni con una storia sufficientemente lunga in termini di indipendenza economica hanno già dichiarato default almeno una volta nella loro storia.

E' però vero che ci sono default e default: le conseguenze dell’impossibilità di un Paese sovrano di onorare il proprio debito variano a seconda del contesto. E soprattutto, a seconda dei creditori.

E' infatti vero che difficilmente, in caso di default, un Paese si ritrova dall'oggi al dmani senza alcuna possibilità di ripagare i propri debiti: tipicamente, il default è un processo graduale, diciamo selettivo, nel quale è normale che intervenga una sorta di accordo con i creditori. Come nel caso della Grecia, quando il proprio default si temeva innescasse una bomba a orologeria all’interno dell’architettura europea.

Invece, quando la crisi ellenica scoppiò, la maggior parte del debito del Paese culla della democrazia era in mano essenzialmente a banche tedesche, francesi ed italiane. Risultato, hanno 'sostituito' la titolarità del debito, risarcendo i creditori privati e scaricando gli oneri alle casse pubbliche. Ossia, nessuno ha scritto che la Grecia non è stata in grado di far fronte ai propri debiti, ma si sono messi in campo una serie di rifinanziamenti del tutto eccezionali controbilanciati dall'obbligo per il governo ellenico di adottare politiche molto stringenti - la cosiddetta 'austerità' per quanto riguarda le casse pubbliche. Il tutto, è evidente, ha permesso alle scadenze del debito greco di essere rifinanziate. Proprio la scorsa settimana, Atene ha annunciato un piano per poter tornare a raccogliere sul mercato almeno quanto necessario per far fronte alle scadenze del prossimo anno, ovviamente allo scopo di evitare un nuovo piano di salvataggio.

Magari, un default pilotato avrebbe evitato all’Eurozona tanta instabilità e, soprattutto, meno dolori e privazioni alla popolazione greca; ma chissà, col senno di poi è facile parlare. Tornando al Venezuela, gli unici che possono stare tranquilli ora sono gli investitori che non hanno investimenti diretti sul debito del Paese. Ma sono davvero pochi, i più hanno agito in presa diretta sul debito caraibico.

 

FONTE: http://blog.moneyfarm.com

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