Martedì, 19 Maggio 2015 16:27

uranio impoverito, novità per i risarcimenti ai militari

Novità positive per i risarcimenti ai non pochi militari che, impiegati in Iraq, Balcani, Afghanistan e Libano, al ritorno hanno accusato i mali derivanti dall'esposizione alle radiazioni pericolose di uranio impoverito. Mentre nel frattempo qualcuno di loro è morto.

L'Esercito italiano li ha mandati senza un equipaggiamento adeguato, è questo il punto, "in territori notoriamente contaminati da sostanze nocive quali l'uranio impoverito”. Con questo punto fermo, ribadito dal TAR di Lecce, il ministero della Difesa sarà costretto a risarcire un sottufficiale salentino ammalatosi al ritorno dall'Iraq. E non si parla di strani linfomi o un cancro, ma di una serie di disfunzioni della tiroide e del fegato, che il tribunale ritiene siano conseguenza "altamente probabile" di una missione condotta in modo non protetto per il militare. Oltretutto, l'onere della prova non spetta più al militare, ma nel caso dovrà dimostrare il contrario lo Stato.

L'orientamento del giudizio in materia è stato espresso anche dal TAR del Lazio, poi ribadito due mesi fa dal TAR di Torino: un indirizzo quindi generale e destinato a rimescolare tutte le carte in tema di indennizzi. Veniamo al punto più conteso, ma netto nella sentenza dei TAR: "A causa dell'impossibilità di stabilire, sulla base delle attuali conoscenze scientifiche, un nesso diretto di causa-effetto, e per il riconoscimento del concorso di altri fattori collegati ai contesti fortemente degradati ed inquinati dei teatri operativi, non deve essere richiesta la dimostrazione dell'esistenza del nesso causale con un grado di certezza assoluta, essendo sufficiente la dimostrazione, in termini probabilistico-statistici, come indicato nella Relazione della Commissione Parlamentare di Inchiesta approvata nella seduta del 12 febbraio 2008 ed in quella approvata nella seduta del 9 gennaio 2013”.

Questo pensiero è applicabile ai diversi contesti di Balcani, Iraq, Afghanistan e Libano. In finale, è sufficiente aver partecipato ad una di quelle missioni perché le vittime delle patologie e i loro familiari abbiano diritto agli indennizzi. E questo in tutti i casi in cui lo Stato non riesca a dimostrare che la malattia non sia sorta per altro. Insomma, il militare ha diritto al risarcimento fino a prova contraria - la cui dimostrazione spetta alla controparte, appunto l'amministrazione.

I giudici amministrativi hanno con ciò accolto il ricorso presentato contro ministero della Difesa e ministero dell'Economia dal sottufficiale difeso dall'avvocato Floriana De Donno: "È indubbio che il ricorrente abbia vissuto in ambiti contaminati e abbia svolto la missione senza le necessarie protezioni ed è fatto notorio che in quegli ambiti è presente l’uranio impoverito: vi è quindi un alto grado di probabilità che la patologia sia insorta a causa dell'esposizione alle polveri sottili e ultra 'sottili".

Sono inoltre "illogiche e arbitrarie" le conclusioni a cui è giunto il comitato di verifica, che aveva tentato di far escludere la causa di servizio per "ipotiroidismo in trattamento e in fase di compenso clinico in paziente con precedente morbo di Basedow ed epatopatia steatosica in soggetto con pregressi segni analitici di sofferenza epatocellulare". Quale unico presupposto dell'infermità era stata ritenuta la predisposizione genetica, che beninteso non c'era.

E ancora, sempre secondo la difesa dello Stato il morbo di Basedow era stato considerato causa "preponderante se non unica", per cui non potevano aver esercitato "alcuna influenza nociva gli eventi del servizio prestato". Tutto sbagliato per il TAR, che giudica questa linea come un "travisamento dei fatti". Ovvero, non si può escludere che l'aver operato in quei territori sia una concausa dell'insorgenza della malattia, specie se precoce. Però, nel caso specifico i sintomi sono apparsi quando il militare aveva appena 27 anni e dopo quattro mesi in Iraq per la missione "Antica Babilonia". Mentre prima era stato impiegato in Macedonia e Kosovo, dove avrebbe subito un'esposizione a radiazioni ionizzanti anche in ragione di "turni massacranti all'aperto che si protraevano anche per più di 15 ore al giorno in condizioni meteo avverse e in assenza di igiene". Lo ribadisce, a chiare lettere, il ricorso.

"Non ci pagheranno mai", si sfogò, prima di morire, uno dei soldati divenuti il simbolo della battaglia degli ammalati d'uranio impoverito. Ma adesso, per più di duemila di loro si aprono nuove strade per l'ottenimento degli indennizzi.

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it

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