Lunedì, 10 Dicembre 2012 13:00

tutti pazzi per lo spread

Ci risiamo: ancora una volta l'instabilità politica e lo spread sono legati tra loro, e si influenzano reciprocamente. Ma chi influenza chi? Ossia, la politica italiana è schiava dello spread o questo è un buon indice della stabilità del governo? Scopriamolo insieme, tra teoria e fatti.

E' notizia di questi giorni: il PdL nega la fiducia al governo, Monti minaccia le dimissioni dopo l'approvazione della legge di stabilità , lo spread va alle stelle: quota 350 punti base, con il BTP decennale che ora rende intorno al 4,8%. Fino alla vigilia dell’apertura della crisi politica, cinque giorni fa, lo spread si attestava a 300 punti, con il rendimento decennale non oltre il 3,45%.

Lo spread esprime i sentimenti di fiducia degli operatori, questo si sa. Come anche che i mercati reagiscono in modo isterico alle crisi di governo. Ma ciò non spiega perché tanto clamore - piazza affari che oggi ha ceduto oltre il 3% - quando il PdL ha tolto la fiducia ad un governo che sarebbe comunque andato a casa al più tardi a marzo. A conti fatti, con la crisi Monti e le Camere andrebbero a casa al massimo un mese prima di quanto sarebbe successo senza la crisi. Già, visto così pare eccessiva la reazione dei mercati.

E' pur vero che - vista da fuori - l'ennesima crisi politica italiana rende un’immagine di una Nazione allo sbando, senza una prospettiva di governo chiara, con partiti allo sbando e senza un assetto definito di alleanze e un programma di governo. Però, in fondo cosa cambia con il gesto di sfiducia del PdL? Sempre alle urne si andava. A meno che i mercati si fossero entusiasmati troppo nelle scorse settimane, assegnando all’Italia più fiducia di quanto meritasse.

Certo, viene più facilmente da pensare che questo balletto abbia fatto vittime ma anche la fortuna di chi ha manovrato il tutto dietro le quinte, scommettendo in anticipo sui "cavalli buoni": pochi, grossi investitori che decidono i destini della politica e della finanza che conta degli ultimi anni.

Un po' di memoria: fino al giugno del 2011, un anno e mezzo fa esatto, il differenziale a dieci anni tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi (lo spread, appunto) si attestava a 120 punti base in media. E qualche anno prima, nel giugno 2008, era di una ventina di punti, mentre sotto lo stesso governo Berlusconi annata 2001-2006 era stato praticamente annullato. D'accordo che con l’esplodere della crisi del 2008 il divario con Berlino si è allargato, ma non si capisce come nell'estate 2011, in un paio di mesi, lo spread si sia impennato fino a quasi 400 punti nonostante l’ex premier si fosse impegnato con la BCE a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2013. Tutto inutile: Berlusconi fu costretto a dare alle dimissioni.

Attenzione: fino a settembre 2011 non si arrestò nemmeno sotto Monti. Ci volle la BCE di Draghi che annunciò il varo del cosiddetto piano anti spread, l’Outright Monetary Transaction, bloccando il temuto spread a valori intorno ai 300 punti.

In finale, va bene la politica che segue gli umori dei mercati - lo spread ne è buon indicatore a lungo termine. Ma non in un'ottica isterica, seduta per seduta. Va bene sia utilizzato per orientarsi nelle scelte di fondo del Paese, e non per decidere chi piazzare in quale ministero o a Palazzo Chigi. Altrimenti rimane la sensazione che i mercati tengano sotto scacco l’Italia, mandando in crisi le sue istituzioni a colpi di rialzi ingiustificati.

I partiti ormai si concedono un uso propagandistico dello spread gli uni contro gli altri, come fosse la bandiera della buona gestione. Lo spread rialza: governo a casa, avanti un altro. Come se leggere lo spread fosse ascoltare la parola dell'oracolo rovistando nelle interiora degli animali. Chiaro segno di una politica sempre più allo sbando, senza alcun valore e qualità.

 

FONTE: http://www.investireoggi.it

Letto 965 volte