Domenica, 11 Giugno 2017 12:00

TFR o pensione integrativa?

Come sanno i diretti interessati, da anni si può destinare la quota che il datore di lavoro versa per il TFR a favore di fondi di previdenza complementare. In pratica, invece che far gestire la liquidazione all'INPS la si dirotta verso la gestione - assolutamente privata - di istituti assicurativi e simili. Oppure no: vediamo cosa conviene fare.

Torniamo a parlare, dopo questo articolo, di previdenza complementare.

Ed allora, ricordiamo ancora una volta che i lavoratori dipendenti possono dirottare il proprio TFR verso prodotti privati previdenziali, in modo da costruirsi una rendita di riserva anziché mettere da parte la liquidazione di stampo INPS. Insomma, è bene farsi due conti per sapere cosa convenga fare. Poi, per chi non ha ancora deciso, è bene ricordare come funzionano i fondi pensione e il TFR e quali sono i rendimenti attesi nel lungo periodo.

Arriviamo subito al dunque con un numero: 2,2 percento come minimo, il 3,4 percento come massimo interesse all'anno maturato: parliamo del rendimento medio realizzato tra il 2008 e il 2016 dalla maggior parte dei prodotti della previdenza integrativa, tra cui fondi pensione e PIP.

Cui in molti aderiscono: sono strumenti finanziari con cui più di 7 milioni di lavoratori italiani si stanno costruendo piano piano una rendita di scorta in previsione della terza età, evidentemente per arrotondare i sempre più magri assegni che l'INPS potrà darci.

I dati suddettisono stati diffusi proprio ieri dalla COVIP, la commissione che ha messo a confronto proprio i rendimenti della previdenza integrativa privata con quelli invece realizzati con il TFR - che ricordiamo rappresenta la quota di stipendio, intorno al 7 percento, destinata alla liquidazione del lavoratore dipendente.

Ebbene, secondo i dati della commissione, tra il 2008 e il 2016  il TFR si è rivalutato in media del 2,2 percento annuo: certamente meno dei fondi pensione. Sempre riferendoci al TFR, rammentiamo che chi sceglie di tenersi il TFR nelle forme tradizionali fa mettere da parte ogni anno una quota del proprio stipendio che resta nelle casse del proprio datore di lavoro piuttosto che finisce in quelle dell'INPS (è il caso di lavoratori statali o privati con l'impresa che ha più di 50 addetti). Tali fondi si rivalutano quindi ogni anno di una percentuale che dipende in gran parte dall'inflazione in corso.

Più precisamente, gli oneri accantonati per la liquidazione si rivalutano ogni anno, per legge, con un tasso a componente fissa dell'1,5 percento e mobile pari al 75 percento del tasso di inflazione. Facciamo un esempio, ammettando inflazione al 2 percento: nei 12 mesi le quote trattenute per il TFR vengono rivalutate del 3 percento, pari al 1,5 percento (parte fissa, sempre quella) più 1,5 percento (75 percento del 2 percento). Tutto chiaro?

Al contrario, parlando di previdenza integrativa alimentata (anche) con il proprio TFR, tali soldi sono investiti sui mercati finanziari, nei modi concordati col cliente (azioni o obbligazioni, in qualunque mescola scelta) secondo distinte linee di gestione e corrispondenti profili di rischio. Poi, anni dopo, appena il lavoratore matura il diritto alla pensione pubblica, il capitale accumulato viene convertito in rendita integrativa privata. Oppure, alla data di pensionamento si può riscattare metà del capitale accumulato - che quindi viene monetizzato subito -  lasciando quindi la rimanente metà alla pensione di riserva.

La prima differenza sta proprio nei rischi della diversa gestione dei soldi accumulati: bassa e garantita dall'INPS, completamente secondo mercato (o con accordi puntuali) per le assicurazioni. Tanto per capirci, ci può capitare l'ottima annata del periodo pre - crisi, ad esempio fini anni 90, in cui queste forme assicurative rendevano bene (e quindi conveniva investire lì) oppure la pessima annata del periodo di crisi, diciamo tra il 2007 ed il 20009, in cui l'INPS era la salvezza contro il tracollo dei mercati assicurativi e non solo, di fatto completamente esposti al rischio di rendimenti volatili.

Beninteso, esistono anche forme di previdenza complementare che garantiscono un capitale minimo, quindi in caso di crisi la assorbono loro, ma tipicamente poi 'ricambiano la cortesia' con rendimenti di tipo statale: tipicamente, garantiscono un tasso pari al 2 peprcento annuo o in linea con la rivalutazione del TFR, a condizione però che il lavoratore tenga i soldi investiti per un periodo di tempo decisamente lungo - almeno 20 anni - senza trasferirli a altro prodotto o comunque riscattarli in forma anticipata (ad esempio, in ragione di una esigenza non prevista, licenziamento o malattia).

Non c'è da temere, comunque, che l'assicurazione gestisca i nostri fondi in maniera disinvolta: i gestori dei fondi investono in un portafoglio diversificato, composto da decine, talvolta centinaia di titoli e strumenti finanziari, proprio per dosare bene il rischio evitando scossoni. Ancora, il patrimonio investito nella previdenza complementare privata è custodito da una banca depositaria, quindi è separato da quello della società di gestione o assicurazione. Ossia, anche ponendo che quest'ultima dovesse fallire, le risorse del fondo non sarebbero comunque intaccate e rimarrebbero di proprietà e disponibilità del lavoratore.

 

FONTE: http://www.miowelfare.it

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