Domenica, 09 Luglio 2017 12:00

tatuaggi e lavoro

Presentarsi al lavoro con un nuovo tatuaggio ben visibile, o addirittura arrivare ad un colloquio di lavoro con tutti i tatuaggi in mostra, può essere discriminato? Talvolta sì: ricordiamoci sempre che l'abito spesso fa il monaco, ed il tatuaggio è visto da molti con un certa diffidenza.

Dopo aver parlato, in questo articolo, delle professioni più richieste, facciamoci la seguente domanda: chi ha dei tatuaggi visibili in ufficio - ad esempio, i tatuaggi tribali che escono da maniche o dal collo - può rischiare di compromettere il proprio posto si lavoro? Ebbene, in alcuni casi sì.

Senza ipocrisia: nonostante il tatuaggio sia diventato alla moda e perciò diffusissimo, tante persone ancora li guardano con una certa diffidenza. Almeno in pari misura di quelli che, al contrario, li osservano con ammirazione.

Certamente è una questione di gusti personali, come chi si tinge i capelli tanto per fare un esempio, per cui non è questa la sede per dire se il tatuaggio è bello o no: è una scelta del singolo se farlo o no, fatto sta che occorre che costui abbia ben chiaro che scegliere di marchiare la propria pelle in modo indelebile non è una cosa che può essere presa sottogamba. Una leggerezza di troppo potrebbe, infatti, costare cara, soprattutto al lavoro.

Stando ad un'indagine realizzata nel 2015 dall’Istituto Superiore di Sanità, la 'smania' di farsi il tatuaggio è in crescita a ritmo sostenuto, all'estero come in Italia. Più per le donne, in realtà: lo confermano il 13,8 percento del campione intervistato, contro l'11,7 percento degli uomini. I quali, secondo quanto rilevato, usano più spesso tatuarsi le braccia, le spalle e le gambe, mentre le donne preferiscono la schiena, i piedi e le caviglie.

L'indagine ha addirittura identificato il tatuato medio italiano, che nel 25,1 percento dei casi vive al nord, nel 30,7 percento dei casi è laureato e nel 63,1 percento dei casi ha un lavoro.

Ma arriviamo al dunque: c'è attrito tra tatuaggi e lavoro? I tatuaggi sono mediamente tollerati o rischiano di creare problemi, fino al licenziamento?

Iniziamo col dire che la legge italiana - di pari passo con quella europea - non prevede alcun divieto al riguardo: le persone che hanno tatuaggi non possono e non debbono essere discriminate per l'accesso a qualsiasi tipo di professione, fatta eccezione per quelle all’interno delle forze dell’ordine - in tale caso è sbarrata la strada ai tatuaggi visibili, che possono impattare sul decoro dell’uniforme - che so, un tribale maori che straborda dal collo di un ufficiale durante la rassegna del 2 giugno ai Fori Imperiali - piuttosto che, pur non completamente visibili, risultare di discredito alle istituzioni - che so, la bandiera dell'ISIS tatuata sul petto.

In altre parole, chi aspira a fare il poliziotto, il carabiniere, il soldato, il finanziere e compagnia cantante farebbe bene a non avere tatuaggi. Specie se grandi e ben visibili, ossia non coperti dalla divisa, e magari pure offensivi e di cattivo gusto. In tali casi, le porte delle caserme vi saranno chiuse.

In tutti gli altri casi del mondo civile, le cose dovrebbero filare lisce, almeno in teoria: tra i lavoratori che rischiano di pagare cara la decisione di tatuarsi ci sono infatti anche i modelli, piuttosto che le hostess e gli steward. Ryanair, ad esempio, come altre aziende non ammette trasgressioni di questo tipo: o il lavoro, o il tatuaggio.

Per contro, in alcune professioni il tatuaggio rappresenta un vantaggio di immagine: DJ, musicisti ed artisti in genere, istruttori di palestra - o gli stessi tatuatori - beneficiano in immagine per il fatto di avere tatuaggi ben visibili: contribuisce certamente a rinforzare il proprio 'brand' personale.

Ma andiamo a casi più 'ordinari': il classico impiegato in giacca e cravatta, il colletto bianco insomma. Se siete candidati ad una posizione di questo tipo, superare il colloquio di selezione con un tatuaggio che fuoriesce dai vestiti può essere un serio problema.

Lo conferma una ricerca condotta qualche anno fa dal professor Andrew Timming dell'Università di St. Andrews, in Scozia, secondo quanto riportato dal giornale 'The Economist': a parità di competenze, i selezionatori tendono a non accettare i candidati tatuati. Al limite, vengono tollerati tipicamente tatuaggi 'inoffensivi' come fiori e farfalle, specie se con disegni di piccole dimensioni, mentre teschi, fiamme e draghi - per esempio - spesso dirottano il candidato alla bocciatura. Anche perché chi assegna gli incarichi in azienda tende ad evitare che i dipendenti con tatuaggi vistosi entrino in contatto con i clienti: veder spuntare dalla manica della giacca un serpente potrebbe magari impaurirli e portarli a ritenere che stanno trattando con interlocutori poco seri e raccomandabili.

Ciò succede, infatti, specialmente negli ambienti più tradizionali e, diciamo pure, 'ingessati', che quindi conservano pregiudizi negativi nei confronti dei tatuaggi. Quindi, il consiglio è presto detto: se aspirate a scalare le vette di un’azienda 'old style' e dall'immagine importante e tradizionalista, meglio non tatuarvi vistosamente le mani e il viso. Diversamente, Se volete muovervi in una realtà giovane e dinamica, che punta tutto sul vostro talento e non si cura dell’esteriorità, potete agire come meglio ritenete. Nel dubbio, evitate di farvi un tatuaggio che poi, in sede di colloquio, potrebbe costarvi caro.

 

FONTE: https://news.biancolavoro.it

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