Domenica, 24 Agosto 2014 10:54

TAP: interessi europei, problemi italiani

In questi giorni si gioca una partita internazionale tra una multinazionale svizzera che vuole realizzare una condotta di gas dall'Asia all'Europa ed i comuni del Salento, preccupati per gli impatti ambientali nelle zone dove i tubi passano. Tutto inutile: a breve ci sarebbe il nulla osta definitivo dal Ministero. Poi, la multinazionale "garantisce" minime ricadute albientali. La verità ce la diranno gli ulivi ed muretti a secco.

Si chiama TAP, Trans Adriatic Pipeline: condotta del gas attraverso l'Adriatico. E' il tratto continuo nella mappa in figura qui sopra, realizzato da una multinazionale svizzera, o meglio il solito consorzio di più ditte - la svizzera AXPO (42,5%), la norvegese STATOIL (42,5%) e la tedesca E.ON (15%). L'opera complessiva, quindi compresi i tratti punteggiati, è un lunghissimo gasdotto - metano, per l'esattezza - che collegherà l'Azerbaijan all'Europa, passando per Albania e Grecia. Le quali, prima di noi, hanno già piegato la testa ed acconsentito alla stesura della tubazione per 510 chilometri (Grecia) e 151 chilometri (Albania). Peccato che il tubo in provincia di Lecce non ce lo vogliono: i pugliesi si ribellano. E la Puglia non è che la porta d'ingresso: guardate bene nella figura come il condotto taglierà il Belpaese...

Ma insomma, perchè mai dovrebbero ribellarsi i pugliesi? Secondo Giampaolo Russo, country manager del consorzio, non abbiamo nulla da temere per le nostre bellissime terre salentine. Secondo il manager, infatti, il mare non subirà contraccolpi; la spiaggia non sarà sfiorata; la pineta vedrà il tubo passergli al di sotto; gli ulivi si possono ripiantare; i muretti a secco verranno ricostruiti; i turisti torneranno a frotte; i residenti saranno ricompensati. Insomma, il tubo sarà invisibile. Pensate, il consorzio questa estate ha addirittura sponsorizzato feste e sagre di paese salentine per ingraziarsi il favore dei cittadini.

Il consorzio non capisce quindi la resistenza dei comuni leccesi - in particolare San Foca, Marina di Melendugno - ma è tranquillo: si dichiara a buon punto nonostante i no di Regione Puglia e Comuni interessati:  entro fine agosto sono confidenti di avere l'ok definitivo del Ministero, forti di un accordo intergovernativo firmato ed un parere favorevole dell'Unione Europea.

Perciò, il consorzio sminuisce l'importanza di un eventuale parere negativo della Regione Puglia nella procedura di valutazione di impatto ambientale: è non vincolante, perciò quasi insignificante: chissenefrega di quello che pensano gli abitanti.

Dietro c'è una vera partita internazionale giocata da "players" di massimo livello. Infatti, il colosso del gas la strada l'ha trovata attraverso la politica: il pressing internazionale c'è stato ad esempio il 14 luglio, quando il presidente della Repubblica dell'Azerbaijan - Ilham Aliyev - è giunto a Roma per incontrare il presidente del Consiglio Matteo Renzi, in seduta ovviamente riservatissima. Poi, agli inizi di agosto, il quotidiano inglese Guardian riporta la notizia di Tony Blair, ex premier laburista britannico, che in qualità di lobbista per il consorzio incontra i leader dei Paesi interessati per facilitare la soluzione dei problemi "politici, sociali e di reputazione" con cui si sta scontrando il progetto. Insomma, sfrutta il suo background di leader inglese per ungere il meccanismo al suo (ex) livello.

In tutto questo, il ronzio della comunità locale appare insignificante: una delle province più povere d'Italia per PIL pro capite può appellarsi solo alle sue bellezze naturali, storiche e culturali per avere un po' di ascolto tra i salotti del potere. Mentre il consorzio sul suo sito ufficiale scrive che "la realizzazione del gasdotto non comporterà l'industrializzazione dell'area né tantomeno apporterà modifiche al magnifico paesaggio" - e allega foto del prima e del dopo l'interramento di un tubo in un grande prato verde.

Peccato che la zona interessata dal cantiere non sia un "semplice" prato verde. Il Salento chiede di attraversarli quei luoghi, di sobbarcarsi la fatica di esplorarli metro per metro, di ascoltare storie e persone per capire cosa siano davvero: un groviglio senza soluzione di continuità di ulivi spesso secolari, macchia mediterranea che incornicia le strade, piccoli e redditizi allevamenti di asini e capre, costruzioni rurali minute e abitazioni, tratturi che corrono a breve distanza da chiesette e dolmen preistorici. Ecco che il ripristino ambientale promesso - poi vediamo se lo fanno davvero - non potrà mai restituire tutto questo.

Ma cosa vogliono ancora i salentini? Il consorzio ha anche dichiarato che "l'impatto residuale sarà comunque oggetto di compensazione": tanto col denaro si chiudono le bocche di tutti. Ma sono soldi che, a pensarci bene, non potranno mai risarcire quanto si andrà a perdere.

Ad esempio, da Melendugno SNAM dovrà proseguire i lavori fino a Mesagne, in provincia di Brindisi, per il collegamento alla rete nazionale. E proprio a 800 metri dal litorale di San Foca, a 18 metri di profondità, si infilerà un "microtunnel" largo tre metri e lungo due chilometri. Stando al progetto definitivo stilato da SAIPEM, all'imboccatura, sul fondale, sarà costruito un terrapieno in calcestruzzo cementizio - proprio di fronte alla spiaggia che quattro anni di seguito ha conquistato la bandiera blu, a questo punto forse per l'ultima volta. Il tubo scaverà come una talpa il sottosuolo, per riemergere, al di là della pineta a ridosso della litoranea, in un pozzo artificiale, da dove prosegue per otto chilometri nell'entroterra: lungo quel percorso interrato di un metro saranno abbattuti 1.900 ulivi, da sistemare altrove o tramutare in legna da ardere.

E poi c'è la centrale di depressurizzazione: un ecomostro tra ulivi e muretti a secco, in mezzo al vociare di cicale nella campagna, tra masserie e trulli, subito fuori il centro abitato. La centale  sarà estesa circa dodici ettari, falsamente abbellita da arbusti e pietre locali a celare due macchine termiche a gas della potenza di 3,5 megawatt, con due camini alti dieci metri per smaltire i fumi delle combustioni. Ringrazierà anche di questo il popolo del Salento, che detiene l'anomalo primato italiano per tumori al polmone negli uomini.

Dulcis in fundo, il gasdotto oggi strategico e stravoluto dai poteri forti d'Europa un giorno, tra circa cinquant'anni, verrà abbandonato e diventerà una delle (tante) cattedrali nel deserto del territorio pugliese. Nel grande libro del TAP, infatti, Il capitolo dismissione non è scritto: tra cinquant'anni si prevede che le condutture in terra e in mare saranno lasciate in loco come opera persa. Arrivederci e grazie. Sarà problema di San Foca, allora, "la liberazione progressiva di polimeri, metalli, residui solidi del passaggio del gas naturale oltre che naturalmente gli altri problemi geomorfologici e geoidrologici, biologici e ecosistemici in genere legati alla presenza dell'infrastruttura" - questo tra i passaggi più delicati del documento depositato dal comune di Melendugno al Ministero dell'Ambiente ed elaborato da decine di tecnici, giuristi, docenti universitari, coordinati da Dino Borri, ordinario di Ingegneria del territorio al Politecnico di Bari. Altro che un invisibile tubicino: il TAP è un'opera di ingegneria industriale dall'impatto ambientale pesante.

Altro millantato cavallo di battaglia del consorzio è l'aspetto occupazionale: 50 posti di lavoro si aprirebbero con l'inizio delle opere tra il 2016 e il 2019, con impieghi quindi a tempo determinato che per un decina di loro diventerebbero continuativi nella fase di esercizio. Peccato che non saranno italiani: lo ammette lo stessa consorzio, non si potranno assumere preferenzialmente lavoratori locali o italiani rispetto ad altri candidati maggiormente qualificati. Chissà, magari ai pugliesi si darà qualche misero posto di vigilante o giardiniere, dove serve più l'esperienza "locale".

Per finire, i pugliesi non capiscono neanche l'importanza strategica di tale condotta, visti i dati i consumi in continuo calo e la sovrabbondanza di metano ora esistente. L'unica spiegazione è l'ambizione del consorzio di diventare l'hub europeo del gas. A meno che qualcuno non intravedà già l'eventualità che l'odierno GAZPROM a breve chiuda i rubinetti all'Europa, viste le note vicende tra Russia ed Ucraina e quindi la netta posizione europea anti Putin. Però, dati alla mano, i conti non tornano: l'Azerbaijan non ha produzione di gas tale da compensare quanto oggi fornisce la Russia. Quindi, ecco la domanda: a parte l'Azerbaijan ed ovviamente il consorzio, a chi davvero interessa quest'opera? Ah, già, ci dimentichiamo dei lobbisti come Blair ed i suoi amici politici, vecchi e soprattutto nuovi.

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it

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