Venerdì, 08 Aprile 2016 18:14

tagli alle tasse, investimenti, sostegni sociali: solo tante promesse

E' in arrivo il DEF, pieno zeppo di limiti alla crescita tanto decantata nei mesi scorsi ma soprattutto con correzioni alle tante, troppe promesse elargite dal premier.

Proprio stasera vedrà la sua veste definitiva il Documento di Economia e Finanza (DEF) redatto dal governo ed attualmente al vaglio del Consiglio dei ministri, per il triennio 2016-2018. Per quanto già si sa, le previsioni di crescita del PIL dovrebbero essere abbassate dall’1,6% - stima di ottobre - a un più verosimile, ma comunque ancora ottimistico, +1,2-1,3%. Insomma, ben lontano dagli slogan sulla crescita a suo tempo decantati: sono decimali che, però, fanno una bella differenza sui conti pubblici.

L'altra previsione dell'anno scorso certamente da smentire riguarda l'inflazione: il governo stimava alla fine del 2015 un valore intorno all'1%, mentre la BCE ha ridotto in solo tre mesi le stime dal +1% al +0,1% medio in tutta l'Eurozona. E quindi, anche volendo essere più ottimisti di Francoforte, sarebbe ridicolo insistere con il bilancio dello Stato attestato ad una stima di crescita inverosimile.

Il risultato dei numeri qui sopra è che, soltanto sei mesi fa, la crescita nominale del PIL (cioè il PIL reale sommato all'inflazione) era stimato per quest’anno del 2,6%, mentre ora sappiamo che sarà almeno ridimensionato nell’ordine di mezzo punto percentuale. E, per quanto detto, la verità è ancora peggiore: la crescita economica in Italia sarà quest'anno sotto l'1%, mentre l'inflazione sarà più vicina allo zero che all'1%.

E quindi, una crescita nominale dimezzata rispetto alle previsioni ottimistiche sbandierate con la legge di stabilità 2016 implicherebbe un buco di non meno di 7-8 miliardi di euro per fare quadrare i conti pubblici. Ossia, servirebbe una manovra correttiva, di quelle che il premier Renzi ed il ministro Padoan affermano di non volere né aver bisogno di fare. Cifra cui si aggiungerebbero i 3 miliardi di spesa per l’emergenza immigrazione, denaro che la Commissione Europea a maggio potrebbe imporci di inserire nel deficit. Contrariamente alle attese del governo.

Stando a quello che titola il quotidiano La Repubblica, il governo Renzi ha ottenuto dall'Unione Europea altri margini di flessibilità per circa 11 miliardi di euro per il 2017, con la premessa di un rapporto tra deficit e PIL concordato all'1,1%, valore che è tollerato fino a un massimo dell’1,8% dal 2,4% del 2016. Se fosse vero, comunque non rientrerebbe la necessità di una manovra correttiva per l'anno in corso né la difficoltà di trovare le risorse necessarie per evitare che scattino i 15 miliardi di clausole di salvaguardia nel 2017 e per realizzare le promesse del governo.

Già, perché il problema è anche il numero di promesse dell'esecutivo: con le visibili difficoltà del governo a poche settimane dal referendum sulle trivelle e le ansie per le imminenti elezioni amministrative, il premier dice di voler tagliare le tasse, aumentare gli investimenti pubblici, dare gli 80 euro al mese anche ai pensionati con un assegno inferiore al minimo di 502 euro, rendere più flessibile l’uscita dal lavoro per gli over 60 ammortizzando i criteri della legge Fornero. Ma chi ci crede che riuscirà davvero a farlo?

Il punto infatti è che anche se l'Europa ci concedesse maggiore flessibilità sui conti pubblici, ciò non basterebbe per permettere il realizzarsi delle promesse di Renzi. Infatti, da soli gli interventi sulle pensioni costano tra i 5 e i 6 miliardi all'anno. Poi, bisogna vedere l'entità dei tagli delle imposte e delle tasse - come il bollo auto - e dell’aumento degli investimenti pubblici. Anche perché è verosimile che l'Europa ci conceda un deficit più elevato, ma a patto che il maggiore disavanzo venga utilizzato per finanziare gli investimenti pubblici e le riforme strutturali. E non per tagliare le tasse.

In conclusione, le stime oggi disponibili sul PIL e sull'inflazione sono certamente più realistiche di quelle diffuse un semestre fa, ma ancora sono lontane dalla realtà. Pomparle appositamente serve solo al governo per guadagnare tempo e rinviare alla fine dell’esercizio i veri nodi, i reali problemi di bilancio, i quali non tarderanno a venire al pettine. Magari ciò succederà in piena campagna elettorale per le elezioni anticipate, quando i partiti non avranno tempo per ragionare sui conti pubblici.

 

FONTE:http://www.investireoggi.it

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