Sabato, 11 Novembre 2017 12:00

lo scacchiere di Riyad: Iran, Libano, Israele, USA

Il primo ministro libanese ha rassegnato le dimissioni, asserendo di aver timore per la sua stessa vita. Ma cosa succede davvero dietro le quinte? C'è magari la mano della monarchia di Riyad che vuole assemblare una 'Justice League' contro l'Iran? In tal caso, come si muoverà Israele?

Il primo ministro libanese, Saad Hariri, ha annunciato le proprie dimissioni durante il viaggio in Arabia Saudita, asserendo che in Patria la sua vita era a rischio per mano dei suoi oppositori politici. Risultato, vuoto di potere e crisi politica a Beirut. Hariri ha anche detto che l’Iran sostiene i suoi rivali politici di Hezbollah ed, in generale, Teheran tiene la regia del dietro le quinte libanese.

Visti i tempi ed i luoghi dell'annuncio, però, in molti pensano che dietro l'annuncio del premier libanese vi sia la mano della monarchia di Riyad, e precisamente dell'erede al trono di Arabia Saudita, il 32enne Mohammad bin Salman - di fatto già regnante, visto che il padre è malato. Ossia, la più grande potenza sunnita del Golfo sta tentando di portare con sé più alleati possibili in una strategia anti - Iran a loro dire colpevole di una sempre maggiore interferenza negli affari politici della regione medio - orientale.

L'alleato più forte - soprattutto militarmente - che Riyad vorrebbe avere dalla sua è Israele, ma a quanto riferiscono gli analisti del CEntro Studi Internazionali (CESI) Tel Aviv potrebbe non accettare tale 'invito': il governo di Benjamin Netanyahu potrebbe valutare più saggio mantenere la sola priorità a risolvere la partita siriana.

L'asse Saad Hariri - Arabia Saudita non ci deve stupire: la famiglia di Hariri è legata all'Arabia Saudita fin dai tempi in cui al governo c’era Rafiq, il padre di Saad. Oltretutto, storicamente la famiglia Hariri veicola i soldi sauditi in Libano e viene di rimando supportata nelle scelte politiche: in tale chiave, in vista delle imminenti elezioni 2018 in Libano, le dimissioni di Saad potrebbero voler dire: ci dissociamo totalmente da Hezbollah, gridiamo l’ingerenza iraniana e ci candidiamo come forza politica alternativa a Coalizione 8 Marzo, gruppo politico composto anche dal partito cristiano - maronita Movimento Patriottico Libero.

Nell’immediato, comunque, la decisione del primo ministro apre la crisi di governo nel Paese e si inserisce perfettamente nel piano di accerchiamento dei reali sauditi nei confronti di quei Paesi dove l’influenza dell’Iran è forte. L'architetto embra proprio il giovane erede al trono di Arabia, ormai vero protagonista delle scelte politiche più strategiche interne ed esterne del Paese, in nome di una rivoluzione economica, politica e sociale riassunta nel piano da lui stesso presentato 'Vision 2030'.

Altro teatro di confronto con l’Iran è lo Yemen: in seno alla guerra civile iniziata nel 2015, Riyad ha supportato anhe militarmente l’allora Presidente in carica Mansur Hadi contro i ribelli sciiti Houti, sostenuti dall’ex presidente Ali Abdullah Saleh e appoggiati, guarda un po', dall'Iran. Poi, i due contendenti si trovano in scontro in Siria, con gli islamici schierati al fianco della coalizione occidentale, mentre l'Iran supporta militarmente Assad contro i ribelli anti - Assad, di fatto insieme ai russi che anlogamente proteggono la leadership del presidente siriano.

Poi c'è il Qatar, isolato nella strategia saudita dagli altri Paesi del Golfo, in quanto non 'allineati' all'Arabia. Peccato che, sentendosi messo da parte, il Qatar si è avvicinato alla Turchia e quindi, di fatto, al fronte dell'Iran.

In mezzo a questa complessa situazione di equilibri medio - orientali, ci sono anche gli Stati Uniti: la Casa Bianca - lo disse chiaramente Donald Trump in campagna elettorale - aveva inizialmente osteggiato l’Arabia Saudita, ma adesso è tornata sulle proprie posizioni avversando direttamente Teheran.E quindi, secondo il principio che 'il nemico del mio nemico è mio amico', l’Arabia Saudita si trova di fatto con una nuova ed importantissima spalla su cui appoggiarsi. Ed il ruolo chiave in tale improbabile 'assist' è quello di Jared Kushner, senior advisor della Casa Bianca e genero di Trump, evidentemente molto vicino alla potente lobby israeliana. E guarda caso, appena nominato presidente, Trump è volato in Arabia Saudita e poi in Israele, mentre recentemente Kushner ha incontrato personalmente bin Salman proprio a Riyad.

E arriviamo all'Israele: l'Arabia Saudita lo vorrebbe come alleato contro l'Iran, tanto che - stando alle rivelazioni del giornalista israeliano di Channel 10, tale Barak Ravid, il Ministero degli Esteri di Tel Aviv avrebbe inviato un telegramma segreto a tutte le sedi diplomatiche israeliane per invitarle a sostenere le politiche saudite in ottica anti - Iran e anti - Hezbollah. Sarà vero? Forse, comunque resta il fatto che l'Arabia vorrebbe coinvolgere Israele in un vero e proprio conflitto aperto con l’Iran - ipotesi poco tranquillizzante per Teheran, vista la nota potenza militare di Tel Aviv. Tanto che subito Hezbollah ha spostato le proprie forze d’élite nel Golan, al confine con Israele. Ad ogni buon conto, le possibilità che si arrivi a un conflitto di Israele contro l'Iran in questo momento sembrano scarse: l’Arabia Saudita non ha ora le risorse né militari né logistiche per affrontare il blocco sciita sul terreno degli Hezbollah. E Israele, spinto al conflitto da Riyad, dovrebbe invece rimanere al suo posto: meglio prima risolvere le questioni siriane.

 

FONTE: https://www.ilfattoquotidiano.it

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