Martedì, 13 Dicembre 2016 12:00

Rapetto: in manette le stesse persone che accusai anni fa e per cui mi dimisi

Nel 2012 il colonnello Umberto Rapetto, evidenze alla mano, accusò di frodi fiscali il boss delle slot machine Francesco Corallo ed i suoi complici, compresi politici e loro familiari. Ostacolato ad agire da tutti, si dimise a malincuore. Oggi lo stesso Corallo finisce in manette, ed analogamente finiscono sotto indagine gli stessi personaggi di spicco che hanno contribuito e ricavato ingenti guadagni dallo stesso illecito business.

Facciamo un po' di storia. a febbraio 2015 si era conclusa la vicenda della mega penale per mancate adempienze fiscali a carico dei due principali concessionari di slot machine, uno dei quali era Bplus, società offshore di Francesco Corallo. Si parlava in totale di più di quattrocento milioni di euro, una somma certamente ragguardevole per l'erario ma miserrima rispetto a quanto inizialmente richiesto dall'accusa ai concessionari, pari a circa 2,5 miliardi di euro. Gli sconti sono infatti il risultato di sanatorie e condoni via via approvati dalla politica dell'epoca, dal governo Berlusconi fino al governo Letta.

In tutto ciò Rapetto, colonnello della Guardia di Finanza oggi in pensione, ha influito significativamente: ha condotto le indagini personalmente e con l'ausilio di esperti in sicurezza informatica da lui scelti e formati, accertando per delega della Corte dei Conti tutte le infrazioni in questione .

Come spiegò a suo tempo il militare, tutto iniziò con gli accertamenti ai prestiti della Banca Popolare di Milano - concessi anche alla Bplus di Corallo - e per tutta la durata delle indagini ha riferito di essere stato costantemente ostacolato dai propri superiori, verosimilmente 'guidati' dai poteri forti evidentemente lesi dalle indagini, fino ad una lettera da parte del generale a tre stelle Elio Cicciò, oggi in pensione, che all'epoca ordinò al colonnello di dichiarare ai magistrati della Corte dei Conti la propria incompetenza formale, suggerendo quindi di far proseguire le indagini al nucleo informatico delle Poste, magari meno inflessibile e determinato del colonnello a 'stanare' gli evasori. Fatto sta che il colonnello non si attenne a tale ordine ma continuò il proprio compito per la Corte dei Conti, fino a consentire che fosse comminata la penale suddetta a danno dei concessionari di slot machine. Dopodiché, il colonnello si dimette per evidenti incompatibilità tra il suo senso del dovere ed il contesto generale che non sembrava voler affatto perseguire penalmente i colpevoli.

Oggi, la storia da ragione al colonnello: i colpevoli sono in parte già in manette ed in parte oggetto di serrate indagini. E quindi, Rapetto - pensionato in attività come giornalista ed esperto di sicurezza informatica - si sfoga tra le pagine de 'Il Fatto Quotidiano' come segue.

“Il futuro ci darà ragione” diceva Wernher von Braun, anticipando la corsa verso lo spazio in tempi in cui la missilistica era legata ai cruenti scenari di guerra.

Qualcosa di simile, in un contesto certo meno ambizioso, è scappato anche a me il 29 maggio 2012 quando ho annunciato ai miei ragazzi del GAT Nucleo speciale frodi telematiche che stavo per rassegnare le mie dimissioni.

Quel giorno – con la morte nel cuore – ho liquidato con una manciata di firme la mia vita in divisa. Un’avventura cominciata il 30 settembre 1975 alla Scuola Militare Nunziatella e durata quasi 37 anni all’inseguimento del sogno di fare qualcosa di buono per gli altri.

La Guardia di Finanza aveva pianificato la mia rimozione dall’incarico e la destinazione alla frequenza del corso all’Istituto per gli Alti Studi della Difesa dove insegnavo da una quindicina d’anni. Ci furono ben 11 interrogazioni parlamentari sulla mia curiosa vicenda e non servirono a nulla.

Ero colpevole di aver “incrinato i rapporti con una Amministrazione consorella” (i Monopoli) mi disse un giorno uno dei vertici GdF: nonostante i più o meno garbati consigli a rimuovere l’incomprensibile ostinazione e a desistere dall’occuparmi delle investigazioni sulle slot machine, la mia squadra – sola contro tutti – arrivò a ricostruire uno scenario sconfortante sul gioco d’azzardo nel nostro Paese.

A distanza di quattro anni e mezzo gli stessi personaggi che hanno animato quella straordinaria indagine saltano di nuovo fuori.

Non sono riuscito a provare gioia nel leggere che questi signori sono finiti in manette.

E’ più forte il ricordo delle mortificazioni del mio reparto e mie personali nel vedere il signor Amedeo Laboccetta diventare deputato della Repubblica, sedere quindi in Commissione Finanze e poi diventare membro di quella parlamentare Antimafia, dove si portò come assistente Francesco Corallo. Lo stesso Francesco Corallo che alla fine del 2013 mi denunciò per diffamazione e non si presentò all’udienza in cui – lui latitante – io provavo il brivido, dopo mesi di angoscia e dolore, di trovarmi nel banco sbagliato. L’archiviazione di quel giorno non ha cancellato i segni delle prepotenze subite anche dopo esser stato costretto a mollare quella che era la mia vita.

Vorrei, invece, sapere dai miei superiori di allora se hanno coscienza di quel che mi hanno costretto a fare.

Vorrei poi che la gente, vedendo come le cose possono evolvere e cambiare, non si arrendesse, non continuasse a piegare la testa. Qualunque ne sia il costo.

Umberto Rapetto, giornalista, scrittore e docente universitario

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it

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