Domenica, 16 Dicembre 2012 10:35

ponte sullo Stretto: non lo vedremo ma lo pagheremo

Dopo roboanti promesse in campagna elettorale, il governo del 2006 (inutile dire chi ci fosse all'epoca) firmò un contratto per avviare i lavori (e finanziarli) per la realizzazione dello storico ponte sullo Stretto di Messina. Oggi l'impresa è bloccata per ovvi ripensamenti causa crisi economica. Ma non basta certo un decreto lampo del governo tecnico, tra l'altro tardivo, e dire "abbiamo (hanno) scherzato" per evitare di pagare pesantissime penali. Quanto? Poco, tipo mezzo miliardo di euro. Per non fare nulla.

Quando un appaltatore ed un appaltato firmano un contratto, entrambi sanno che sanciscono reciproci obblighi: uno a lavorare nei termini, l'altro a pagare nei termini. E che se uno dei due si tira indietro contro i propri obblighi (recede, in gergo) deve pagare le penali previste dl contratto. Una sorta di multa pattuita alla firma del contratto, insomma. Lo sappiamo tutti, compreso chi amministra la cosa pubblica e quindi mette la propria firma assumendo impegni con le spalle coperte dei denari pubblici: la decisione è sua, il pagamento delle penali è dei contribuenti, magari in un epoca in cui lui neanche c'è più.

Ecco in poche  righe descritto cosa succede in casi come questo. Il consorzio EUROLINK (formato da Impregilo, Condotte, Cmc, Sacyr e altri minori) ha saputo del decreto che sospende ogni attività pianificata per la realizzazione del ponte sullo Stretto per due anni. Secondo il decreto, senza che lo Stato paghi penali per ciò, ma il consorzio sa bene che non è così: il governo tecnico "ci ha provato" in modo goffo e soprattutto illegale, forse supponendo che gli imprenditori avessero la coscienza abbastanza sporca da non protestare. Pessima idea: parliamo di penali che lo Stato dovrebbe pagare agli imprenditori appaltati per un ordine di grandezza maggiore di 500 milioni di euro.

Di chi è la colpa, o la responsabilità? Tanti, di ieri ma anche di oggi. Il contratto dà a EUROLINK il diritto di chiedere le penali passati 540 giorni dalla consegna del progetto definitivo senza che il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, cioè il governo) lo abbia approvato. Nel dettaglio, il 3 novembre scadevano tali termini. Ma il ministro delle Infrastrutture Corrado Passera è rimasto immobile per un anno, senza prendere per tempo adeguate e più indolori misure previste dal contratto, così come Pietro Ciucci (presidente dell’ANAS, amministratore delegato della Stretto di Messina spa, commissario governativo per la realizzazione del ponte).

E non dica che nessuno lo aveva avvisato: il WWF, ad esempio, più volte aveva chiesto di convocare il CIPE e dichiarare “non meritevole di approvazione” il progetto, dato che ancora non ha superato la “valutazione di impatto ambientale” per la quale la apposita commissione ha chiesto 233 integrazioni. Ma forse le penali sono state fin dal primo giorno il vero obiettivo dell’operazione (insomma, l'affare "vero" in fondo potrebbe essere mezzo miliardo per non far nulla) ed i governi non hanno mai voluto ostacolare il "naturale" processo. Chissà.

All'epoca dell'aggiudicazione della gara a EUROLINK ed all'alba della firma di aggiudicazione dell'opera al consorzio vincente, nel 2005, si sapeva che di lì a poco avrebbe vinto il centrosinistra, che avrebbe fermato il ponte voluto invece dal centrodestra. E Ciucci avrebbe dovuto (potuto) non firmare il contratto prima del nuovo governo, per non vincolarsi inutilmente alle penali visto il clima futuro a dir poco incerto. Ma lui firmò il 27 marzo 2006, tredici giorni prima delle elezioni, assicurando che tanto il contratto non avrebbe previsto penali.

Poi ritornò di nuovo Berlusconi al governo, il ponte veniva di nuovo sbandierato come una certezza. E allora subito a firmare le penali: Ciucci, d'intesa con il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli e dal segretario del CIPE Gianfranco Micciché, modificò il contratto del 2006 introducendo la clausola dei 540 giorni di cui sopra. Un capolavoro di cui lo stesso Ciucci ha dato conto pochi giorni fa in audizione al Senato: dobbiamo (singolare l'uso del plurale collettivo) pagare penali immediate tra i 353 e i 508 milioni, ai quali saranno aggiunti aggiunti le prestazioni eseguite fino al momento del recesso, i costi di smobilitazione del cantiere, le eventuali maggiori richieste di danno avanzate da EUROLINK. Altri 350 milioni, stima Ciucci. Alla doverosa domanda del tipo "ma visto che hai firmato tu all'epoca, che garanzie avevi preso per salvaguardare l'interesse pubblico?" si è arrampicato sugli specchi evocando una clausola che consente di non pagare penali “qualora la congiuntura finanziaria internazionale non consenta la effettiva bancabilità del progetto”. In teoria, perché questa clausola prosegue così: “a condizione che il progetto definitivo sia stato approvato dal CIPE”, cosa che non è stata mai fatta: progetto né approvato né bocciato.

E' così che il governo dei tecnici alla fine si è inventato un raffazzonato decreto "tampone", andato in Gazzetta Ufficiale il giorno prima della scadenza del 3 novembre. Ma il consorzio si era - guarda caso - già mosso per tempo. Probabilmente si finirà in tribunale, cosicché uno stuolo di avvocati si aggiungerà alla lunga lista di chi si arricchirà con il ponte mai fatto. Magari per pagare il conto salato, alla fine si inventeranno una nuova tassa.

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it

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