Martedì, 17 Gennaio 2017 12:00

ponte sullo Stretto: ennesima puntata tragicomica

Del ponte sullo Stretto, tranquilli, ancora neanche l'ombra. In compenso, dopo incredibili sperperi di fondi pubblici ora siamo alla beffa più incredibile: lo Stato fa causa allo Stato. Ed il giudice è sempre lo Stato.

Ne abbiamo parlato neache troppo tempo fa in questo articolo.

La società concessionaria per i lavori, 'Stretto di Messina', è una controllata dall’ANAS. E chiede, per i motivi che andremo a vedere, un risarcimento al ministero delle Infrastrutture per un indennizzo di 325 milioni di euro. Attenzione: tale somma è già stata abbondantemente pagata dallo Stato per il mantenimento della società stessa fino ad oggi e per la progettazione del ponte finora condotta.

Diciamolo subito: la cosa stona in un modo eclatante perché dopo passaggi di responsabilità scellerati tra governi, avvio dei lavori ritardato in modo comico e (ancora) tutto esitente solo sulla carta, siamo arrivati a mettere lo Stato contro lo Stato, davanti a un giudice sempre dello Stato.

L’ultima relazione della Corte dei Conti sulla vicenda lo dice chiaramente: lo Stretto di Messina è un'impresa morta, sepolta, poi resuscitata a più riprese, recentemente riesumata da Matteo Renzi e poi, uscito questi di scena, di nuovo tumulata nel sepolcro nel quale l’aveva spedita Mario Monti dopo che Silvio Berlusconi aveva iniziato il tutto. Ma non è finita: anche da (ri)morta mangia soldi pubblici.

Nella lunga relazione si racconta del groviglio dei contenziosi in cui l'opera è precipitata, fino alla causa giudiziaria che oppone la società Stretto di Messina allo Stato italiano: la concessionaria incaricata a suo tempo della realizzazione del ponte chiede un indennizzo di 325 milioni di euro, più un eventuale risarcimento, con la seguente motivazione. "Il pregiudizio scaturente dalla mancata realizzazione dell’opera, indotta dal venir meno della convenzione di concessione". Tradotto, lo Stato ce l'ha con noi perché ancora una volta prova a farci chiudere senza aver completato l'opera.

La richiesta di indennizzo è stata inviata al ministero delle Infrastrutture ancora prima della messa in liquidazione della Stretto di Messina. Insomma, ancora prima che tale pregiudizio, semmai esistesse, manifestasse i suoi presupposti. Continua la Corte dei Conti, "Non risultano iniziative intraprese dal ministero, oltre quelle di resistenza in sede giudiziaria, al fine di superare il contrasto con la concessionaria. Nell’adunanza del 24 novembre 2016 la posizione conflittuale delle parti si è confermata ancora una volta". Cioè, il ministero non mostra alcun intento a discutere i termini della richiesta della società.

E non è la prima volta che l’amministrazione pubblica finisce invischiata in cause legali, che puntualmente perde, per non aver rispettato i patti iniziali. Ma stavolta la situazione è paradossale: il questuante è sempre lo Stato, ossia una sua emanazione, esattamente come il ministero delle Infrastrutture e Trasporti. In dettaglio, il capitale della società è per l’81,85 percento ANAS, la società pubblica delle strade, ed il resto (18,15 percento) è diviso tra le Ferrovie dello Stato italiane (13 percento), la regione Calabria (2,575 percento) e la regione Sicilia (2,575 percento). Tutto statale, insomma.

L'istanza è altrettanto paradossale per il fatto che lo Stretto di Messina, di fatto mai costruito ma sempre e solo sulla carta, è già costato per il solo mantenimento della società, e le progettazioni finora condotte, ben più dei 300 e passa milioni richiesti oggi come indennizzo. Soldi, precisa la Corte dei Conti, versati con "gli aumenti di capitale deliberati nei precedenti esercizi e finanziati esclusivamente con risorse pubbliche".

Pagare ancora costituirebbe quindi "una mera duplicazione di costi, con ulteriore aggravio sui saldi di finanza pubblica", sottolinea la corte. E non è ancora tutto: alle tasche dei contribuenti già pesano altre richieste pregresse di indennizzo: quelli chiesti dal general contractor EUROLINK (circa 700 milioni), quelli chiesti per il project management consulting dall’americana Parsons Transportation (90 milioni), fino a quelli chiesti dal monitore ambientale (un milione).

Insomma, già potremmo star sotto di 800 milioni. Più le spese legali, verosimilmente astronomiche. E perché non mettere nel conto anche il tempo perso, il costo delle insidie burocratiche e i denari necessari per mantenere la liquidazione in vita.

La verità è che la società Stretto di Messina era stata messa in liquidazione addirittura il 15 aprile 2013, dal governo di Enrico Letta, con la pratica che era stata affidata a Vincenzo Fortunato, l'ex capo di gabinetto di Giulio Tremonti. Peccato che una legge stabiliva la durata tassativa della procedura di liquidazione ad un anno, obiettivo lungimirante (ma poco concreto) per limitare le lungaggini burocratiche.

Ovviamente quell'anno di termine è bello e scaduto e nulla è cambiato.E la società in questione dal 2013 al 2015 afferma di aver sostenuto - e soprattutto si è fatta conseguentemente pagare - costi per poco meno di 13 milioni di euro. Mentre sussiste ancora vivido il rischio che la faccenda vada avanti ancora per diversi anni.

La barzelletta finale è che, come conclude la Corte dei Conti, occorre "un’incisiva iniziativa da parte delle strutture ministeriali affinché si riapproprino delle proprie competenze". Verissimo, perché dal governo Letta ad oggi è stata eliminata anche la struttura del ministero delle Infrastrutture e Trasporti che seguiva l’operazione: oggi quindi non la può seguire nessuno. Mentre ci guadagnano ancora coloro che hanno tutto l’interesse a incassare e quelli, sempre presenti, che vorrebbero far durare il più possibile questa vicenda parodistica.

 

FONTE: http://www.corriere.it

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