Domenica, 05 Febbraio 2017 12:00

PIR - Piani Individuali di Investimento: convengono davvero?

Sono iniziate le campagne promozionali delle banche ed istituti di credito per promuovere i Piani Individuali di Risparmio, o semplicemente PIR. Sono uno strumento con cui il legislatore, attraverso importanti sgravi fiscali, intende dar credito alle aspettative verso la piccola e media impresa. Ed ovviamente sono strumenti che convengono alle banche. Ma davvero convengono anche ai risparmiatori?

Dopo aver parlato in questo articolo di mutui, torniamo sulla finanza personale.

Sentirete sempre più parlare da parte dei vostri contatti presso le banche di PIR, Piani Individuali di Risparmio: si tratta di una forma di agevolazione fiscale che mira a favorire l'investimento azionario su imprese italiane, soprattutto di piccole e medie dimensioni e che abbiano stabile organizzazione in Italia.

Si tratta essenzialmente di contenitori di strumenti o prodotti finanziari - come un dossier di titoli - della forma di fondo comune, gestione patrimoniale, contratto di assicurazione, deposito titoli e via dicendo. L'esenzione fiscale riguarda le imposte sul capital gain, compresi i rendimenti in forma di cedole o dividendi, incluse le situazioni di successione o di donazione.

Il punto è che almeno il 70 percento (parliamo dell'importo investito) di tale contenitore deve essere riferito a strumenti finanziari - azioni o obbligazioni, quotate o non - di aziende italiane piuttosto che europee - in dettaglio, sia dell'Unione Europea che dello Spazio Economico Europeo - ma con l'obbligo che le aziende abbiano stabile organizzazione in Italia. Ancora, di questo 70 percento il relativo 30 percento (ossia il 21 percento dell'intero importo) deve essere composto da strumenti finanziari di società non appartenenti all'indice FTSE MIB, in altre parole si tratti di società di medie o piccole dimensioni.

Si possono investire in un PIR fino ad un massimo di 30 mila euro all'anno per 5 anni, ossia per un importo complessivo massimo di 150 mila euro. I 5 anni sono anche la durata minima per l'investimento. Ossia, tale investimento non può essere sciolto prima di tale durata pena l'annullarsi dei vantaggi fiscali. Ossia ancora, l'importo è bloccato per 5 anni.

Arriviamo alla domanda: ci convengono? La risposta è: dipende. Vanno fatti i debiti conti, comunque è sbagliato ragionare solo in termini di vantaggi fiscali: a rigor di logica, dobbiamo scegliere il nostro strumento di investimento (verso aziende eurpee o no, verso medie o grandi imprese, per durata limitata o no) e se tali parametri coincidono con quelli del PIR allora parliamo di convenienza. Altrimenti, non dobbiamo scegliere tali investimenti solo perché c'è convenienza fiscale.

Facciamo allora una distinzione: azioni o obbligazioni.

Iniziamo dalle azioni, ipotizzando un rendimento medio delle azioni del 5 percento. Il risparmio fiscale sarà pari all'1,30 percento (ossia, il 26 percento sul guadagno del 5 percento). Siamo più o meno dell'ordine delle commissioni di gestione annue dei P.I.R. oggi proposti dal mercato - oscillano tra il 1,20 e 1,35 percento, quindi di fatto la convenienza fuori tutto è zero. E' anche vero che il risparmiatore può aprire un PIR direttamente dal proprio deposito titoli, acquistando le azioni che corrispondano ai requisiti di sopra per godere dei benefici fiscali: questo, però, richiede competenze evolute da parte del risparmiatore, il quale si assume un rischio decisamente elevato, data la scarsa diversificazione ottenibile dal singolo rispetto a quanto ottenibile partecipando ad un fondo comune.

Alla fine, possiamo confrontare le due possibilità per il risparmiatore - dando per buono un rendimento del 5 percento per entrambe: 

- costruirsi un dossier di ETF - costo annuo tra lo 0,18 e lo 0,35 percento, imposta sul capital gain di 1,30 percento. Costo totale annuo, tra 1,48 e 1,65 percento;

- impiegare un equivalente PIR. Costo totale annuo, tra 1,20 e 1,35 percento.

A conti fatti, Il PIR ha un lieve vantaggio in termini di costi totali - meglio con rendimenti più alti del 5 percento, peggio con rendimenti più bassi. Ma bisogna mantenere l'investimento per almeno 5 anni: non conviene se si vuole continuare a disporre nel breve periodo della propria liquidità.

Passiamo alle obbligazioni, e vi diciamo subito che qui la convenienza è ancora meno evidente. E' ovvio: i rendimenti, almeno attualmente, sono nettamente più bassi del 5 percento, quindi il costo annuo dei P.I.R. (percentuale fissa indipendentemente dal rendimento) è sempre superiore al risparmio fiscale ottenibile (percentuale del rendimento).

Insomma: siamo d'accordo con la lungimirante visione del legislatore di canalizzare gli investimenti (nostri) sulla PMI (Piccola e Media Impresa) operante in Italia. Ma ciò si traduce per il risparmiatore individuale in un palese rischio di concentrare una parte eccessiva del portafoglio su di un solo Paese, l'Italia appunto. E la concentrazione geografica dell'investimento non è un buon asset: meglio sempre differenziare per combattere i rischi dell'investimento, specie per durate di anni.

Facciamo un altro esempio: diciamo di investire il massimo consentito con il PIR, ossia 150 mila euro. La componente azionaria sia del 50 percento, che per le regole del gioco deve essere su aziende italiane. Quindi, abbiamo un'allocazione di 75 mila euro sul mercato italiano. Molto male e soprattutto rischioso: un'allocazione azionaria equilibrata sul nostro mercato non dovrebbe superare il 10 percento del totale del nostro investimento azionario - basti pensare, infatti, che la capitalizzazione della Borsa italiana è intorno all'1 percento del totale mondiale, una bazzecola insomma nel panorama mondiale. In finale, il valore totale del nostro investimento azionario secondo i sacri testi non dovrebbe essere inferiore a 750 mila euro, altrimenti investire 75 mila euro in azioni italiane è un rischio che, alla lunga, si traduce in errore e perdita.

Ecco le conclusioni: probabilmente non sta ai piccoli investitori contribuire alla disponibilità di capitali per le piccole e medie aziende nazionali. E' buona l'idea di prevedere forme di esenzioni fiscali per incentivare gli investimenti, è parimenti sacrosanto che il governo pensi al credito verso le piccole e medie imprese, ma è meglio che l'azione di supporto verso di esse sia svolta da investitori istituzionali piuttosto che dal piccolo risparmiatore, che in ciò non trova convenienza ma solo rischi di perdite.

 

FONTE: http://www.aduc.it

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