Lunedì, 17 Luglio 2017 10:20

pensione: a 70 anni o con assegni più bassi

Per Boeri, numero uno dell'INPS, non ci sono alternative: o si va in pensione a 70 anni, o si riduce l'assegno mensile. Non ci sono alternative: ecco la situazione conseguente a decenni di gestione sciagurata ed alla ferrea volontà di mantenere a tutti i costi le pensioni d'oro della casta.

Dopo aver visto in questo articolo, con non poca invidia, le pensioni degli onorevoli della casta, vediamo ora le novità per i comuni mortali.

Pier Carlo Padoan, rassicurante ministro dell'Economia, continua a dire di vedere sempre più vicina la luce in fondo al tunnel. Ormai anche l'INPS, per voce del suo presidente Tito Boeri, è tra le voci che raccontano invece una realtà ben diversa e decisamente meno ottimistica.

Parliamoci chiaramente: non esiste una soluzione indolorosa all'ipotesi di andare in pensione a 70 anni. A meno, è ovvio, di ridurre l’assegno mensile. Ed è proprio questa la risposta secca all'argomento data da Tito Boeri al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

Al contrario, bloccare l’adeguamento dell’aspettativa di vita da applicare al calcolo dell’età pensionabile avrebbe diversamente - stando alle stime dell'INPS, un costo di 141 miliardi di spesa di qui al 2035. O, se vogliamo vederla diversamente, adeguando i conti dell'INPS all'aspettativa di vita a 70 anni consente all'istituto di risparmiare tale cifra. Ancora, l'eventuale alternativa di ridurre gli assegni permetterebbe di compensare solo parzialmente l’esborso ulteriore, pertanto non eviterebbe gli effetti di un tale indebitamento.

Ulteriori ripercussioni si avrebbero anche riguardo il credito dell’Italia, proprio perché, sostiene il presidente dell'INPS, "senza quantitative easing della BCE sarebbe legittimo aspettarsi effetti rilevanti sul costo del debito pubblico".

In finale, Boeri sostiene sia pericoloso bloccare l’aumento dell’età pensionabile ai numeri attuali - oggi 63, a breve 67 - "senza toccare i coefficienti di trasformazione", ossia i parametri di conversione tra salario e assegno pensionistico, insomma senza alzare ancora il rapporto tra contributi versati (percentuale del reddito) ed assegno di pensione. Oppure, come si diceva, occorrerà - lo afferma senza troppi giri di parole il presidente dell'INPS - sarà necessario considerare assegni per i quali la parte contributiva abbia un peso maggiore rispetto a quello attuale: bisognrà versare di più, quindi avere uno stipendio netto più basso.

Riflessioni magari tecnicamente ineccepibili quelle di Boeri - dmenticandoci però delle pensioni d'oro di migliaia di persone che percepiscono un assegno ben maggiore di quanto hanno versato in contributi - ma che evidentemente non sono piaciute ai presidenti delle commissioni lavoro di Camera e Senato, e neanche agli ex ministri Cesare Damiano e Maurizio Sacconi. A loro dire, infatti, le teorie di Boeri si basano su "un presupposto inesistente: non abbiamo proposto la cancellazione del collegamento tra età di pensione ed aspettativa di vita ma solo la sua rimodulazione temporale per alleggerire l'allungamento dell’età lavorativa, di circa sei anni".

Sempre sulla linea cauta si pone Giuliano Cazzola, oggi in quota NCD, che si è affrettato a definire i propri colleghi 'irresponsabili', ed ha ricordato che l’età pensionabile in Italia è più bassa della media europea. Infine, secondo lui le soluzioni per l’uscita anticipata sono più di una - ma ovviamente non ci dice quali.

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

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