Domenica, 06 Agosto 2017 09:48

in pensione (almeno) 6 anni dopo i nostri genitori

Facciamo il punto della situazione sull'età pensionabile, scoprendo che la forbice tra padri e figli riguardo l'età di ingresso nel regime di pensione di vecchiaia si allontana sempre più: mediamente, i figli andranno in pensione almeno 6 anni dopo l'età in cui sono invece andati i pensione i genitori. Bella sorpresa: lo dicono da anni, c'è la crisi.

Ritorniamo, dopo questo articolo, a parlare di pensione.

Ormai abbiamo da più fonti capito che per i trentenni di oggi, nati quindi negli anni ottanta, si allontana sempre di più l’età di pensionamento, oltretutto con i rischi e le incertezze di chi ha una carriera incerta e magari scopre, alla fine, di dover ulteriormente allungare i tempi. In tutti i casi, l'assegno INPS in termini adeguati diventa sempre più una chimera.

Guardiamo la differenza di età di collocamento in pensione tra padri e figli: parliamo di almeno 6 anni in media di lavoro in più: i genitori degli odierni trentenni vanno in pensione di vecchiaia mediamente a 66 anni e mezzo, mentre i figli, verosimilmente con qualche periodo di precariato, devono lavorare fino a 73 anni.

Da un apparato statale - governo ed ente previdenziale - responsabile e lungimirante ci aspetteremmo dei paracaduti di sicurezza:

- un taglio del cuneo, per rendere più stabili le carriere lavorative dall'inizio

- il rafforzamento delle politiche attive del lavoro

- una pensione di garanzia contro il rischio di posticipo della stessa.

Tutte promesse, intenti, parole accompagnate dal retorico 'bisogna' ma senza nessuna azione concreta e strutturale. Invece, le risorse vanno prevalentemente per la previdenza attuale e non per tali politiche attive:d'altronde, il mercato del lavoro viaggia su tassi di disoccupazione al 17,4 percento tra i 25 e i 34 anni, contro il 6,2 percento degli ultra 50enni.

Della tragica situazione in cui versa il Belpaese ne parla anche il Fondo Monetario Internazionale: il problema che segnala è una prevedibile 'gobba' del trend che ci attende nel prossimo ventennio, in corrispondenza del ritiro dal lavoro dei 'baby boomers' (i nati fino a metà anni sessanta). Ciò causerà una crescita della spesa fino al 16,3 percento del PIL intorno al 2040, seguito da un suo calo al 14 pecento quando, fra il 2050 ed il 2060, saranno finiti i casi di regime misto con calcolo retributivo.

Oppure, le cose potrebbero andare anche peggio: potrebbe verificarsi un ulteriore aumento della spesa di 2,25 punti, a causa di una minore crescita dell'economia per effetto di una minore offerta di lavoro in arrivo dai flussi migratori. Il caso estremo ipotizzato da FMI contempla l'ipotesi di estremamente bassa crescita - diciamo lo 0,7 percento del PIL - in coincidenza di flussi migratori dimezzati - oggi 360 mila arrivi annui, in futuro diciamo 130 mila). Con tali premesse, il picco di spesa arriverebbe al 18,5 percento, una follia.

Lasciamo per un attimo da parte le previsioni, sperando che non si avverino in tale misura tragica. Guardiamo invece al passato: siamo a 22 anni dalla sciagurata riforma di Lamberto Dini, che ha chiuso il capitolo del regime retributivo ed avviato il calcolo contributivo. I benefici non li abbiamo ancora visti: la spesa si è di fatto stabilizzata su livelli alti: dal 1997 al 2016 sono andati in pensione - parliamo del settore privato - 6,9 milioni di italiani, per una spesa cumulata in 89,3 miliardi di euro ed un'età media di pensionamento non superiore ai 63 anni - in realtà, mediamente l'età di collocamento in pensione è stata di quasi 58 anni.

Un sogno impossibile per la generazione dei Millennials, quelli nati nel nuovo millennio, che credono nel riscatto della laurea a costo zero. Per il momento, a loro il sistema previdenziale non pensa proprio, a parte ovviamente le chiacchiere e le promesse. Pensando ai casi precari, al momento della vecchiaia potrebbero raggiugere un trattamento pensionistico neanche pari a 1,5 volte il minimo previsto dalla riforma Fornero - dovranno quindi posticipare l'uscita dal lavoro per vedere un assegno decente.

D'altronde, i giovani non vengono mai inseriti negli ultimi importanti interventi legislativi in materia dopo la riforma di Dini: nulla nella riforma di Romano Prodi del 1997, stesso nella norma di Roberto Maroni e Giulio Tremonti del 2004, pari nella riforma di Cesare Damiano del 2007, o di Maurizio Sacconi del 2009 e 2010. Zero punto nella riforma di Elsa Fornero e Mario Monti del 2011, lascime incluse. L'unica agevolazione in tanti anni è stata giusto quella per il riscatto degli anni di laurea nel 2007, per cui era prevista la rateizzazione dei pagamenti in 10 anni senza interessi e con un minimo sconto fiscale se pagano i genitori, in attesa che il neo - dottore trovi lavoro. Ma a tale misura hanno avuto accesso davvero in pochi.

Diciamoci la verità: i vari governi in materia previdenziale si sono concentrati sempre sui pensionandi - ossia, il 'problema più imminente' - e non hanno mai voluto adottare una linea più marcata come - era un'ipotesi nel 1995 -  un passaggio immediato al calcolo contributivo pro - rata per tutti, pensionati d'oro inclusi. Misura che, dopo 15 anni, avrebbe assicurato risparmi stimabili in oltre 30 miliardi di euro. Circa il doppio, soldo più soldo meno, di quanto hanno speso con le otto salvaguardie per le pensioni agli oltre 160 mila esodati - le ultime tre, ricordiamolo, sono state avallate dal governo di Matteo Renzi.

Lo ribadisce anche Stefano Patriarca, in quota PD nel team economico di palazzo Chigi, colui che ha contribuito all'APE (Anticipo PEnsionistico) ed alla RITA (Rendita Integrativa Temporanea Anticipata): i più giovani sono due volte a rischio. Primo, gli assegni di pensione in futuro saranno sempre meno ricchi, soprattutto in caso di carriere contributive frammentate. Secondo, inizieranno via via sempre più lontani nel tempo, anche per il fatto che è concreta la possibilità di rimanere disoccupati proprio durante gli ultimi anni di vita lavorativa e quindi dover allungare i empi contributivi prima di accedere alla agognata pensione.

Secondo il tecnico PD; infatti, "Sulla base delle più recenti previsioni demografiche ISTAT e con l’attuale meccanismo di aggancio tra aumento della speranza di vita e età di pensionamento, la grande maggioranza dei nati tra il 1970 e il 1980 potrà andare in pensione tra i 66 anni - pensione anticipata - e i 69 anni - pensione di vecchiaia. Con il calcolo contributivo che fa aumentare la pensione al crescere dell’età, per la grande maggioranza saremmo in presenza di livelli pensionistici, e di tassi di sostituzione, in media simili a quelli che garantisce il sistema retributivo, attorno al 75 percento dell’ultima retribuzione e sarebbe basso il pericolo di pensioni inadeguate". Insomma, se siamo contribuenti bravi e costanti, tutto sommato andiamo in pensione tardi ma decorosamente.

Ma la realtà è ben diversa: ci sono per esempio i precari, e tanti. Pariarca continua: "Ci sono coloro che possono rimanere intrappolati per lungo tempo in carriere lavorative discontinue, con retribuzioni basse e soprattutto con buchi contributivi nei primissimi anni, che potrebbero non maturare pensioni superiori a 1,5 volte l’assegno sociale - cioè 670 euro al mese - e che sarebbero costretti ad aspettare i 73 anni e avere una pensione insufficiente. È quest’area che necessiterà di interventi che garantiscano l’accesso a una pensione di garanzia, scongiurando la prospettiva del pensionamento a 73 anni".

Occupare una persona fino a 73 anni oggi appare inverosimile - lo appare già ad età superiori ai 65. Ossia, l'elevarsi dell'età di pensionamento ci espone al rischio di disoccupazione involontaria negli anni finali, che non consentirebbe di arrivare alla maturazione dei requisiti previsti. Ancora Petrarca: "Per quest’area l’elemento critico è come sostenere percorsi lavorativi in età alte. Servono politiche attive, certo, ma serve soprattutto che il sistema produttivo metta in campo nuovi modelli organizzativi, politiche di invecchiamento attivo capaci davvero di garantire occupazione oltre i 60 anni, altrimenti il sistema non reggerà". Bene, ecco che siamo giunti al 'solito' fraseggio: servono, bisogna, occorre e via dicendo.

FMI spingerebbe verso misure molto dure per ridurre la spesa - tipo cancellare le nuove 14esime, attuare una spending review sulle reversibilità e ricalcolare le pensioni retributive - il governo di Paolo Gentiloni vrrebbe invece interventi più morbili - diciamo meno coraggiosi - compatibili col taglio del cuneo per i giovani assunti stabilmente. Ma difficile che basterà questa misura per risolvere il problema: ben altre azioni, e di ben altro respiro occorrono, ma abbiamo già capito che l'attuale governo vacillerebbe per molto meno.

Meglio non pensare, allora, ai Millennials e i loro figli, e continuare a tenere la testa sotto la sabbia: costoro dovranno sobbarcarsi il peso previdenziale - per loro, cioè, il peso contributivo - di anziani al 63 percento della popolazione (è la stima per il 2040), quando nel 2000 i dati erano del 29 percento degli anziani. Una missione impossibile, evidentemente, considerato anche che il debito pubblico, nel frattempo, farà impallidire ben più dei valori attuali - già allucinanti.

 

FONTE: http://www.ilsole24ore.com

Letto 108 volte