Venerdì, 21 Ottobre 2016 13:41

licenziamento per abuso dei permessi della legge 104: si pronuncia la Cassazione

Attraverso una sentenza della Cassazione spieghiamo come sia possibile e soprattutto legittimo il licenziamento per giusta causa, nel caso in cui il datore di lavoro ravvisi un esplicito abuso da parte del dipendente nella fruizione dei permessi della legge 104/1992.

Riprendiamo il discorso iniziato in questo articolo sui diritti al lavoratore sanciti dalla legge 104 del 1992 e sue successive modifiche.

Segnatevela bene: la sentenza in questione della Suprema Corte di Cassazione - sezione lavoro - è n. 9217 del 6 maggio 2016. Rivolta al caso di legittimità del licenziamento per giusta causa intimato al lavoratore che avrebbe abusato dei permessi previsti dalla legge 104 del 1992.

Nel dettaglio del fatto avvenuto, il datore di lavoro ha svolto una serie di accertamenti per mezzo di un'apposita agenzia investigativa e riscontrato che il lavoratore, nonostante avesse richiesto alcuni permessi concedibili dalla legge 104, in realtà si recava presso il domicilio della persona assistita ed affetta da grave disabilità per un numero di ore ben inferiore a quello indicato nella richiesta di permesso. E nel resto el tempo, manco a dirlo, curava affari personali in modo quindi non giustificato.

Licenziato in tronco? Macché, non subito per lo meno: inizialmente il tribunale di primo grado aveva dichiarato nullo il licenziamento, riconoscendo sostanza al cavillo mosso dall'avvocato difensore del lavoratore secondo cui il ricorso all'investigatore privato non era consentito dallo statuto dei lavoratori.

Poi, come spesso succede, la Corte d'Appello aveva ribaltato la sentenza dichiarandolo invece legittimo, e quindi il lavoratore, pienamente nei suoi diritti , era ricorso in Cassazione. Peccato che l'esito della pronuncia della Cassazione, ultimo grado di giudizio, ha confermato in pieno il giudizio della Corte d'Appello: secondo il parere dei giudici di Cassazione, infatti, il ricorso all'investigatore privato da parte del datore di lavoro non costituisce alcuna violazione delle norme contenute nello statuto dei lavoratori e quindi non annulla la legittimità del licenziamento.

Il giudice spiega la propria valutazione con queste parole: "Le disposizioni dell'art. 5 della legge 20 maggio 1970, n. 300, in materia di divieto di accertamenti da parte del datore di lavoro sulle infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente e sulla facoltà dello stesso datore di lavoro di effettuare il controllo delle assenze per infermità solo attraverso i servizi ispettivi degli istituti previdenziali competenti, non precludono al datore medesimo di procedere, al di fuori delle verifiche di tipo sanitario, ad accertamenti di circostanze di fatto atte a dimostrare l'insussistenza della malattia o la non idoneità di quest'ultima a determinare uno stato d’incapacità lavorativa e, quindi, a giustificare l’assenza".

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

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