Mercoledì, 13 Gennaio 2016 19:08

le grandi banche italiane sono a rischio di bail in?

Il 2016, come ormai noto a tutti, è l'anno del "bail in". E tutti abbiamo visto cosa è successo alle quattro piccole (e neanche tanto) banche a fine anno. Oggi ci chiediamo se i correntisti delle prime 3 banche italiane - Intesa Sanpaolo, UNICREDIT e Monte dei Paschi di Siena - possono dormire sonni tranquilli. Almeno per quanto ad oggi noto, beninteso.

Per chi ha seguito le notizie del settore, è stata riscontrata una ondata di vendite che, lunedì scorso, ha travolto i titoli MPS e Banca Carige destando non poca preoccupazione tra i risparmiatori e i piccoli investitori italiani e risvegliando i timori gà vissuti alla fine del novembre scorso, quando il decreto "salva-banche" del governo Renzi ha messo in luce i rischi connessi all'acquisto dei bond bancari e persino dalla detenzione di grossi conti correnti e deposito. Perché, ricordiamolo per l'ennesima volta, a partire da quest'anno - con l'entrata in vigore del cosiddetto "bail-in" - anche i conti correnti (per le somme superiori ai 100.000 euro) potranno essere "predati" per compensare le perdite delle banche.

Che arma ha il povero risparmiatore, allora? DIversificare, innanzitutto, tra distinti istituti. E tenersi informato sulla solidità delle banche scelte.

Verrebbe da dire: mettiamo i soldi nei grandi gruppi, quelli non "salteranno" di certo. Prendiamo quindi i tre maggiori grubbi bancari con sede in Italia e vediamo che dati possiamo dedurre. Parliamo quindi di Intesa Sanpaolo, UNICREDIT e Monte dei Paschi di Siena.

Il parametro occorrente per percepire la solidità patrimoniale di una banca è il rapporto Common equity tier 1 (Cet1), indice che la BCE pretende non sia inferiore all'8% - nei casi ordinari - piuttosto che al 5% - per i casi di palese stress. Ma cosa indica il Cet1? Il Cet1 in breve è una misura del rapporto tra il patrimonio netto (capitale e riserve) e le attività ponderate per il rischio. Semplicemente, misura la solidità della banca: più è alto e meglio è. Quando infatti scende all'8% (cioè 0,08) la BCE esige che una banca non presti denaro alla clientela per un importo superiore a 12,5 volte il proprio capitale, proprio per tenere conto dei rischi evidentemente troppo alti in tale situazione.

Beninteso, tale rapporto è sempre reativamente basso, in quanto esressione di un certo rischio assunto dall'istituto bancario ed entro il quale la banca si muove per percepire quanto più profitto possibile. In Italia, per capirci, la media del Cet1 per le banche è dell'ordine dell'11%: decorosamente al di sopra dei minimi regolamentari imposti. Però, tra banca e banca ci sono sontuose differenze: si passa dal 20,79% di Fineco (la pià nota banca online, del Gruppo UNICREDIT) al 6,80% della Banca Popolare di Vicenza. Quindi, per questa banca insieme a Veneto Banca (Cet1 pari al 7,12%), sussiste un grado di patrimonializzazione insufficiente, ai fini delle regole europee.

Ma veniamo alle tre banche in questione: da questo punto di vista, tutto è assolutamente in regola: Intesa Sanpaolo gode di un Cet1 al 12,40%, MPS al 10,70% ed UNICREDIT al 10,53%. Vi starete quindi domandando: come si spiega allora il crollo in borsa dell'istituto senese, già oggetto di aiuti dello Stato? La risposta è semplice: il Cet1 è un indice di solidità, ma non il solo.

Facciamo un passo avanti: le tre banche detengono complessivamente circa 190 miliardi di crediti deteriorati sui 350 miliardi dell'intero sistema bancario nazionale - i crediti deteriorati sono prestiti concessi a clientela a rischio di riscossione. Tra questi, circa la metà sono sofferenze - crediti di fatto ad elevato rischo di insolvenza - ed il resto sono incagli e crediti scaduti, ossia crediti che verosimilmente nel tempo verranno comunque riscossi integralmente.

Confrontiamo questi dati con il patrimonio delle singole banche. Abbiamo detto che le sofferenze bancarie ammontano a 95 miliardi, quasi la metà dei 200 dell'intero sistema nazionale. Prendiamo MPS: oggi ha crediti deteriorati lordi per 47,4 miliardi di euro, pari a ben 5 volte il patrimonio netto dell'istituto e quasi 17 volte il suo valore di capitalizzazione in borsa. Anche se, ad onor del vero, oltre la metà di questi crediti è stata già svalutata: restano ancora da coprire "solamente" 21,3 miliardi di potenziali perdite, che in ogni caso sono più del doppio del patrimonio netto e 7,6 volte il valore in borsa di MPS.

Concentrandoci sulle reali sofferenze, cioè i crediti probabilmente in grossa parte già persi, sono al lordo circa 24,4 miliardi, al netto intorno agli 8,4 miliardi.Ovvero, i crediti ormai di fatto "persi" sono il 90% del suo patrimonio netto e 3 volte la sua capitalizzazione a Piazza Affari. Guardando poi il rapporto con gli impieghi complessivi alla clientela, i crediti deteriorati lordi incidono per oltre il 42%, mentre le sofferenze nette per il 7,5%. In rapporto agli attivi, l'incidenza dei primi ammonta al 14,3%. E' chiaro ora come MPS sia in sofferenza?

Passiamo all'analisi dei medesimi dati per UNICREDIT. I crediti deteriorati lordi valgono 80,7 miliardi, con il 51% già coperto, per cui al netto ammontano a 39,5 miliardi. Le sofferenze lorde ammontano a 51,3 miliardi, quelle nette a 19,6 miliardi. Il patrimonio netto equivale a 53,5 miliardi e in borsa capitalizza 27,6 miliardi. Ancora, le sofferenze nette - quelle ancora eventualmente da coprire - incidono per il 4,5% degli impieghi e per meno del 40% del patrimonio netto. Il valore dei crediti deteriorati lordi vale quasi 3 volte il valore in borsa del gruppo mentre quelli netti meno di 1,5 volte. Rispetto agli impieghi complessivi, i crediti a rischio incidono per il 20%. Sono numeri, a prima vista, che esprimono una migliore solidità per il gruppo.

Per finire, un'occhiata a Intesa Sanpaolo. I crediti deteriorati sono per 64,4 miliardi, di cui quasi la metà già coperti. Quindi, i crediti deteriorati netti sono 34,1 miliardi, circa il 9% degli impieghi. Le sofferenze lorde ammontano a 55 miliardi, ma quelle nette sono di appena 20,5 miliardi, meno della metà del valore del suo patrimonio netto e della sua capitalizzazione in borsa, che oggi è intorno ai 47,6 miliardi.

Anche riconoscendo che MPS potrebbe aver sofferto di un'alta svalutazione dei crediti che ha inciso negativamente sui conti degli anni passati e sul suo valore in borsa, comunque i conti non sono oggi certamente a posto: il gruppo di Rocca Salimbeni ha rischi enormemente più elevati delle risorse con le quali potrebbe sostenerli - le conseguenze sule tasche dei correntisti sono facili da trarre. Mentre UNICREDIT e Intesa Sanpaolo godono di capitali solidamente superiori al massimo delle perdite che potrebbero accusare.

Abbiamo parlato delle sole tre maggiori banche con sede in Italia. Che però messe nel loro insieme presentano la metà dei 200 miliardi di sofferenze di tutti gli stituti bancari italiani ed il 60% degli impieghi nazionali. E che hanno un tasso di copertura dei crediti ad elevato rischio superiore alla media nazionale, pari al 45%. Come dire, se saltano questi gruppi è meglio cercarsi un altro Paese dove portare i propri risparmi.

 

FONTE: http://www.investireoggi.it

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