Venerdì, 15 Luglio 2016 12:00

le conseguenze della BREXIT: mutui meno cari ma più difficili da concedere

A causa della BREXIT, si sono abbassati i tassi di mercato sui mutui. Ma le banche italiane difficilmente ve li concederanno.

Basta guardare l’andamento dei tassi di mercato per accorgersi che nel caso di tassi variabili la situazione per i contraenti stia nettamente migliorando proprio nel dopo BREXIT.

Infatti, l’EURIBOR è sceso su tutte le scadenze, fino al -0,37% sulla scadenza a 1 mese, al -0,3% su quella a 3 mesi, al 0,19% su quella a 6 mesi e al -0,06% su quella annuale, ossia in calo di 1 punto base per il primo tipo di scadenza e di 3 punti per le altre.

Analogamente succede per l’EURIRS, l'interesse cui sono agganciati i mutui a tasso fisso: si nota un calo netto anche qui su tutte le scadenze. In numeri, -22 punti base allo 0,31% per la scadenza a 10 anni, -27 punti base allo 0,62% per i 15 anni, -29 punti allo 0,73% per i 20 anni, -29 punti allo 0,77% per i 25 anni e -28 punti allo 0,77% per i 30 anni. Per l'appunto, questi numeri sono le variazioni di entrambi i tipi di tasso (fisso e variabile) dal 23 giugno, data del referendum che ha sancito la BREXIT nel Regno Unito.

Detto così, è una buona notizia per chi ad esempio deve comprare casa ma non ha la liquidità al momento. Ed invece no: lo scenario reale potrebbe essere meno positivo nei prossimi mesi di quanto appaia leggendo questi dati e facendosi due conti. Infatti, laddove è indubbio che i mutui presentano tassi teoricamente più convenienti, nella realtà c'è la concreta possibilità che le banche in Italia ri tornino a stringere i cordoni della borsa, similmente a quanto abbiamo già visto dal 2011 in poi, ossia non concedano tale liquidità tanto facilmente.

Il punto è che la BREXIT ha incancrenito e reso critiche le tensioni finanziarie già esistenti tra i mercati, soprattutto nel comparto bancario italiano, ottenendo analoghi effetti pure sul fronte europeo. Ossia, è diventata palese agli osservatori internazionali sulla sotto - capitalizzazione delle nostre banche, in qualche misura dovuta all'incredibile ammontare di crediti deteriorati e di vere e proprie sofferenze: 360 miliardi di crediti deteriorati e 200 miliardi di sofferenze, in dettaglio.

Ed allora, nel tentativo di riacquistare la fiducia perduta, le banche hanno davanti una sola concreta prospettiva. Innanzitutto, ricapitalizzarsi, chiedendo soldi al mercato oppure allo Stato (e qui ricordiamo il dibattito del politico in corso sui salvataggi pubblici). Poi, smaltire i crediti sofferenti.

Il secondo punto, lo smaltimento dei crediti sofferenti, scelta obbligata per gran parte del sistema bancario italiano, prevede anche la limitazione delle nuove esposizioni a rischio, come dire i crediti alle imprese più piccole ed finanziariamente meno solide, analogamente alla concessione di prestiti o mutui alle famiglie con i requisiti più precari. Appunto, i margini oggi sono talmente bassi per le banche che non è più opportuno e conveniente caricarsi imprese e famiglie da cui derivi un elevato rischio di insolvenza.

In finale: già negli anni scorsi, diciamo nell'ultimo quinquennio, abbiamo assistito a un inasprimento dei requisiti di accesso al credito da parte di piccole imprese e famiglie meno solide. Attualmente la situazione è ancora peggiore: i nuovi richiedenti un mutuo dovranno a fare i conti già nei prossimi mesi con una banca ancora meno generosa di prima, e quindi per convincerla a concedere i prestiti e mutui vantaggiosi conseguenti alla crisi del mercato ed alla BREXIT servirà esibire sempre più solide garanzie. Come l'ormai raro reddito da lavoro a tempo indeterminato almeno di importo medio, piuttosto che un immobile dal valore commerciale di gran lunga superiore a quello del finanziamento richiesto. Gli altri, i meno abbienti, si vedranno rispondere di no, perché sono debitori a rischio.

 

FONTE: https://www.investireoggi.it

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