Mercoledì, 15 Giugno 2016 12:00

le conseguenze della BREXIT

E' chiaro che il referendum inglese per lasciare l'Unione Europea non avrà, se passa, conseguenze solo nell'isola. Avrà certamente conseguenze anche per tutto il restante mercato europeo. Vediamo quindi gli scenari possibili.

Ci domandiamo quali sarebbero le ripercussioni a livello finanziario e di mercati che, verosimilmente, nei prossimi due anni e oltre potrebbero manifestarsi se il Regno Unito dovesse abbandonare davvero l’Unione Europea. Almeno, stando alle proiezioni di Mark Burgess, responsabile azionario globale di Columbia Threadneedle Investments.

Primo, la Sterlina. Va detto che già prima delle votazioni, i mercati valutari hanno cominciato a scontare l'eventualità di una BREXIT: la sterlina ha subito ceduto il 5-6%, ma si ritiene che possa perdere ancora e fino al 12%, accanto ad un aumento della volatilità. Ma consideriamo che il valore della moneta in caduta non è una notizia tutta negativa per il Regno Unito, ha anche risvolti positivi: ad esempio, il disavanzo delle partite correnti britannico potrebbe trarne beneficio. Fino a rivelarsi cruciale se gli investimenti diretti esteri (gli IDE) dovessero barcollare, rendendo ingestibile il deficit attuale. E comunque, per coprire totalmente il disavanzo occorrerebbe una flessione molto marcata della valuta, cosa improbabile: è difficile che la sterlina rimarrà così debole per lungo termine. Piuttosto, si tratterebbe di un sostegno meramente temporaneo e non una soluzione di lungo periodo. Quindi, la questione degli investimenti diretti esteri andrà affrontata separatamente.

Secondo, il listino di Londra. Anche i mercati azionari andrebbero a beneficiare dell'indebolimento della sterlina. Infatti, le società racchiuse nel FTSE 100 producono circa il 70% dei propri utili all'estero, pertanto il deprezzamento della valuta si tradurrebbe in un loro aumento con chiari effetti positivi sulle azioni. Poi, a sensibili correzioni equivarrebbero opportunità nei titoli domestici britannici, di cui molti si interesseranno da subito, come le azioni che facevano parte dei vari "panieri BREXIT", quelli creati dalle banche d'investimento nel tentativo di sfruttare i timori legati all'uscita del Paese dall'Unione Europea. Ancora, l'esposizione agli utili realizzati all'estero è una buona cosa per gli investimenti, giacché questi ultimi beneficiano proprio della debolezza della sterlina.

Terzo, i tassi di interesse. Consegentemente all'indebolimento della valuta, la Bank of England potrebbe adottare misure sensibili relative ai tassi di interesse. Magari la banca rinvierà idee di aumento dei tassi, forse deciderà di ridurli. E allora, l'allentamento della politica monetaria potrebbe essere accompagnato da analogo fenomeno in Unione Europea, che con ciò fronteggerà condizioni di mercato incerte e soprattutto la perdita di uno dei maggiori centri finanziari mondiali, ossia la City londinese. Ancora, una maggiore espansione andrebbe ad accentuare le divergenze di politica monetaria, costringendo la FED a una attenta valutazione del da farsi: avrebbe poco senso proseguire sul solitario percorso di rialzo dei tassi, mentre la crescita globale è frenata.

Quarto, i titoli di Stato. Conseguenza di un aumento della volatilità e, accanto, una perdita di fiducia nei mercati sarebbe una serie di difficoltà per gli investitori: innanzitutto i GILT, i titoli di Stato britannici, potrebbero perdere la loro funzione di bene rifugio, con le imprese che trasferiscono le proprie sedi centrali altrove. Mentre serpeggia il timore che la Bank of England non riesca a mantenere il controllo della politica monetaria. E comunque, i possessori di GILT sono in maggioranza fondi pensione nazionali e banche centrali, quindi è poco probabile che questi si dimostrino investitori volubili e pronti a lasciare i mercati britannici solo per la decisione del la BREXIT. Invece, è realistico pensare che l’uscita dalla Unione si ripercuota più sulla valuta e su alcuni, specifici titoli anziché sui GILT, costituendo quindi un impatto tutto sommato limitato.

Quinto, i vari settori. Con gli scenari suddetti ai mercati azionari, diversi settori saranno impattati ed in misura differente. Tanto per cominciare, l'impatto maggiore andrà alle banche, diversamente dalla grande distribuzione, gli altri servizi finanziari, gli assicuratori e gli operatori immobiliari che si presume saranno limitatamente influenzati dagli effetti della BREXIT. Analogamente, le utility e le grandi società internazionali saranno anch'esse poco scosse, sempreché alla BREXIT non succeda analoga scissione della Scozia.

Sesto, le cocietà finanziarie. Ricordiamo che i servizi finanziari rendono al Regno Unito un vantaggio competitivo fondamentale per l'economia: alcune società finanziarie, prima ancora di conoscere gli esiti della votazione, hanno iniziato a trasferirsi lontano, tipo a Francoforte o a Dublino, per evitare un sovraccarico burocratico conseguente alla BREXIT (non dimentichiamo che la presenza delle società a Londra era vista come un varco d’accesso all'Europa). Quindi, le maggiori investment bank sono a rischio, e non sono neanche le sole: è verosimile che alcuni wealth / asset manager e assicuratori valutino le trafile giuridiche e regolamentari a cui dovrebbero sottoporsi per continuare a operare in Europa se non restassero nella City, e quindi realisticamente molti di loro cambieranno aria.

Settimo (e ultimo), il mercato immobiliare. Il quale irrimediabilmente verrebbe minacciato dalla perdita di acquirenti esteri e dall’impatto scaturente dai rendimenti obbligazionari. Mentre la debolezza della sterlina potrebbe bilanciare tali effetti negativi ed attrarre un maggiore interesse. Daltronde, se il governo britannico volesse modificare le norme relative agli acquisti di immobili da parte di residenti esteri, in tal caso si assisterebbe ad una sicura diminuzione degli investimenti, anche se la natura rischiosa del mercato immobiliare di fatto frenerebbe una rapida fuga da parte di chi ha già investito.

 

FONTE: http://www.milanofinanza.it

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