Venerdì, 15 Gennaio 2016 12:23

la sindrome cinese e gli effetti sui mercati globali

La Cina potrebbe trascinare a breve l'intera economia mondiale in una ancora più profonda crisi. Ed i rischi maggiori non sono relativi al mercato azionario.

E' visibile a tutti: la Borsa di Shanghai, ancora una volta, ha perso significativamente. Il 3,55%, oggi, accanto a quella di Shenzen che parimenti cede il 3,40%. GLi analisti non hanno dubbi nel considerare l'evento in diretto collegamento con i temuti dati sul PIL della Cina, di prevista pubblicazione lunedì prossimo.

Gli stessi analisti si aspettano che Pechino formalizzi la discesa della crescita sotto il 7%: in Italia non sarebbe certamente un dramma - qualcuno al governo inneggerebbe un trionfo in tal caso - ma per la Cina ciò rappresenta un deciso, ennesimo rallentamento rispetto ai ritmi degli anni passati, con PIL sempre a due cifre. Mentre gli investitori speravano che lo "slowdown" avvenisse più il là col tempo. Invece no: dal 2007 al 2011 il tasso annuo medio di crescita della Cina è sceso al 10,6%, nel 2012 fino al 7,6% nel 2015, e come detto si teme che possa ridursi ulteriormente ai livelli più "occidentali", cioè intorno all'1-2%. Accanto al fatto che il Dragone certamente non ha parimenti raggiunto i livelli di ricchezza delle economie occidentali: è pur sempre un'economia in sviluppo, un BRIC (il "gruppo" dei grandi paesi emergenti Brasile, Russia, India e Cina).

Insomma, il mercato azionario cinese si è riportato ai livelli di 13 mesi fa, bruciando di fatto i guadagni del 2015 e scendendo al di sotto del livello minimo toccato con il crollo della borsa in estate: sono andati in fumo addirittura 5.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, proprio quei denari frutto del boom della borsa degli ultimi anni (come il +150% su base annua dei listini al giugno 2015) in buona parte finanziato dalle banche - coiè ricorrendo al debito. Ancora, su una popolazione di 1,35 miliardi di abitanti, gli investitori sono ancora poco meno di 90 milioni.

Il problema in Cina sembra essere il rapporto tra debito complessivo e PIL, dal 2009 al 2015 più che raddoppiato fino al 280% odierno: famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche sono quindi indebitate per un ammontare totale di circa 28.000 miliardi di dollari.

L'impennata degli anni passati ha eccitato soprattutto il comparto delle costruzioni, giovatosi nel quinquennio passato di una politica monetaria ultra-espansiva della People's Bank of China e di progetti faraonici da parte degli enti locali, i più dei quali avevano l'unico scopo - assolutamente di facciata - di sostenere l'economia e di competere con altri enti nella costruzioni di edifici, strade, ponti e quant'altro servisse a metterli in evidenza agli occhi del Comitato centrale del Partito Comunista.

Visto i numeri in gioco - è sempre un Paese vastissimo e dentamente popolato: circa un sesto della popolazione globale vive in Cina - il risultato di queste politiche è potenzialmente disastroso. Pensate che, quando fallì nel 2008 Lehman Brothers, il settore immobiliare incideva solo per il 5% sul PIL: tutto sommato una percentuale non elevata, che però fu in grado di trascinare l'intera economia mondiale in crisi perl'esposione della relativa bolla del credito. Ebbene, in Cina il settore immobiliare vale il 15% del PIL, tre volte tanto, e rappresenta i tre quarti della ricchezza delle famiglie - mentre negli USA gli immobili contano per poco più di un quarto della ricchezza dei privati, più coinvolti negli assets finanziari.

E quindi, se esplodesse la bolla immobiliare in Cina, gli effetti in termini di crisi sarebbero indicativamente tre volte maggiore di quelli verificatisi negli USA tra il 2008 e il 2009. Perché la Cina, ricordiamolo ancora una volta, è la seconda economia mondiale con un PIL che vale quasi quanto quello americano di sette anni fa.

D'altronde, la Cina è per lo più un'economia esportatrice, che comunque importa dal resto del mondo 2 mila miliardi di dollari all'anno tra beni e servizi: l'effetto, anche solo per un rallentamento del processo di esportazione verso la Cina, sarebbe assolutamente catastrofico per le economie degli USA e dell'Eurozona. Ad esempio, circa il 6% delle esportazioni dei Paesi dell'euro è verso la Cina: sembra poco, ma in assenza di una ripresa dei consumi interni, cosa che in Italia è palese, la crescita è affidata solamente alle esportazioni. Un minimo calo potrebbe avere ripercussioni certo non trascurabili per le delicate economie occidentali.

Il tentativo annunciato dal presidente Xi Jinping è di trasformare con gradualità l'economia da un modello "export-led", ossia legato essenzalmente alle esportazioni, ad uno maggiormente basato sui consumi interni, che invece ancora oggi rappresentano tra il 40% e il 45% del PIL, ovviamente molto meno dei due terzi degli USA e dell'Eurozona. E nel frattempo, le autorità di Pechino tentano di ammortizzare gli effetti della propria crisi con la svalutazione progressiva dello yuan. Conseguenza, nel breve termine si continua a puntare sulle esportazioni, sacrificando i consumi nazionali.

Mentre il settore immobiliare stagna sempre più: vi siano 65 milioni di appartamenti vuoti, segno che la domanda in Cina è bassa. Ad eccezione di Pechino, i prezzi scendono nelle principali città, con le nuove costruzioni che sono diminuite del 25%. E non basterà un semplice calo dei prezzi a ridare forza alla domanda e riequilibrare il mercato: a fronte di un salario medio nelle città di 6-10 mila dollari all'anno, un appartamento costa 200.000 dollari, una cifra ancora e comunque inarrivabile per la massa.

Poi ci sono i problemi demografici: secondo l'US Census Bureau tra il 2015 e il 2040 la popolazione cinese in età lavorativa diminuirà di 140 milioni di unità, ovvero il 14% in meno. Ossia, nei prossimi decenni si vedranno minori redditi in circolazione e minori esigenze abitative. E la crisi immobiliare diverrà strutturale, con un enorme eccesso di offerta rispetto alla effettiva domanda. Guarda caso, proprio a partire da quest'anno è stata rimossa la politica del veto di più di un figlio per famiglia: il problema vero del prossimo futuro chiaramente non è quello della sovrappopolazione.

Comprensibilimente, tra i costruttori è scattato l'allarme: ora che lo yuan perde quota e i loro bilanci sono ritenuti a rischio, i costruttori temono di subire un aumento del costo di rifinanziamento del debito, per cui si rivolgono sempre più al mercato domestico del credito, tanto da avere chiesto presso le banche locali prestiti per 72 miliardi di dollari nel 2015 contro gli appena 11 miliardi in titoli denominati nella divisa americana. Una bella differenza. Accanto, la Banca Popolare di Cina, sta comprimendo il costo del denaro mentre le imprese continuano a indebitarsi a costi calanti, tanto che lo scorso anno hanno emesso bond per 8.100 miliardi di yuan - pari a 1.230 miliardi di dollari, +34% rispetto al 2014.

Tanti numeri per concludere: il rapporto tra debito e PIL in Cina ha continuato a crescere nel 2015, con il debito che è salito del 13%, mentre l'economia si è espansa meno del 10%. Con un fenomeno già visto nell'Eurozona e negli USA: un abbattimento dell'inflazione, nonostante l'iniezione di enormi dosi di liquidità da parte della banca centrale. Con i prezzi al consumo che crecono su base annua intorno alla metà del target del 3%, quelli alla produzione invece sono in netto calo - quasi del 6% - facendo temere uno scivolamento della Cina verso l'inflazione zero o addirittura la deflazione. Le conseguenze sono note: quando i prezzi, anziché salire, ristagnano o diminuiscono, cresce il peso dei debiti fino alla soglia in cui non sono più sostenibili. E per un Paese che vive sulla bolla del credito, che a sua volta ha alimentato quella immobiliare, significa che tutta l'economia potrebbe saltare in aria molto, molto presto.

 

FONTE: http://www.investireoggi.it

Letto 586 volte