Lunedì, 25 Gennaio 2016 23:12

la ricca pensione dell'onorevole

Il sistema di calcolo contributivo dal 2012 si applica anche a deputati e senatori. Ma le regole sono più vantaggiose rispetto ai comuni lavoratori. Quindi un  27enne eletto nel 2013, con soli cinque anni di contributi andrebbe in pensione a 65 anni con 900 - 970 euro al mese. Avendo lavorato solo 5 anni in tutta la sua vita.

Ci sono i vitalizi di ex parlamentari e consiglieri regionali. Ma quelli si sa, non sono eliminabili: è un diritto acquisito.

Ma il vero problema a gravare sui bilanci di Camera e Senato sono, e saranno, le pensioni di deputati e senatori. Certo, non è più come prima: dopo l’abolizione dei vitalizi attraverso l’ultima riforma dei regolamenti parlamentari, dal 2012 le pensioni saranno calcolate anche per gli onorevoli in base al sistema contributivo. Ma non alle stesse condizini dei comuni lavoratori.

Ad esempio, il nuovo sistema di computo dell’assegno previdenziale dei parlamentari continua ad essere più vantaggioso. Come per il calcolo dall’età pensionabile: dal 2012, con una sola legislatura, ovvero dopo soli 5 anni di fatiche di palazzo, si acquisisce il diritto ad andare in pensione a 65 anni. Ridotti a 60 anni se si resta in poltrona per due mandati.

Una bella differenza:per i comuni mortali la legge Fornero fissa a 66 anni e 7 mesi l’età pensionabile. E non è tutto: i coefficienti di rivalutazione dei contributi versati dai parlamentari sono più vantaggiosi di quelli previsti dalla riforma Fornero. Facciamo due esempi, con i dati delle simulazioni rede disponibili dagli uffici competenti della Camera.

Un deputato eletto nel 2013, a soli 27 anni, cesserà il suo mandato nel 2018 e non verrà riconfermato per il secondo. Ebbene, con soli 5 anni di lavoro, senza aver versato altro contributo, percepirà nel 2051 - cioè a 65 anni - una pensione tra i 900 e i 970 euro al mese. Nel resto dell'Italia, invece, il 64,7% delle pensione erogate è sotto i 750 euro al mese.

Altro esempio, l’onorevole eletto nel 2013 a 39 anni e riconfermato per altro mandato fino al 2023. Due legislature, dieci anni di lavoro e relativi contributi. Potrà andare in pensione nel 2034, a 60 anni, con un assegno di 1.500 euro al mese.

Come detto, in entrambe le simulazioni si ipotizza che i 5 o 10 anni siano l'unico periodo di lavoro effettuato: nella realtà, qualche poltrona esce sempre fuori. Certo, nulla a che vedere con i pregressi vitalizi, ma siamo ancora lontani dalla condizione del popolo che gli onorevoli rappresentano.

Cinque sono le proposte di legge depositate in commissione affari costituzionali della Camera per estendere il regime della legge Fornero non solo alle pensioni future dei parlamentari in carica, ma anche ai vitalizi degli ex, in barba quindi al dogma del diritto acquisito. Due sono proposte costituzionali (Mazziotti e Zanetti di Scelta Civica) e tre ordinarie (Richetti del PD, Caparini della Lega e Turco di Alternativa Libera).

Secondo Zanetti, sottosegretario all’Economia, “La mia proposta di legge costituzionale punta ad introdurre, anche per i parlamentari, un trattamento previdenziale assolutamente allineato a quello dei comuni lavoratori. Un obiettivo che può essere perseguito da un lato attraverso l’innalzamento dell’età pensionabile e dall’altro abbassando ai livelli della legge Fornero i coefficienti di rivalutazione dei contributi versati da deputati e senatori negli anni di esercizio del proprio mandato"

E aggiunge: "Anche nel caso in cui la stessa persona abbia svolto più mandati elettivi in assemblee diverse (Camera, Senato, consigli regionali ed Europarlamento) il trattamento pensionistico e il relativo sistema di calcolo deve essere unico. Insomma, né più né meno di quanto già avviene per tutti i pensionati. Ovviamente l’intervento ancora più urgente riguarda i vecchi trattamenti, posto che lì le sperequazioni sono di gran lunga maggiori e insopportabili”.

Belle parole, condivisibilissime. Che però per ora tali restano. Infatti in tal caso la sforbiciata colpirebbe non solo (retroattivamente) i vitalizi degli ex parlamentari, ma anche le future pensioni di onorevoli e senatori in carica. E porterebbe vantaggi di bilancio, nel medio - lungo termine, per i due rami del Parlamento. Su cui, anche nel 2016, il peso dei trattamenti previdenziali degli ex peserà in misura rilevante: non meno di 135 milioni di euro, il 13,8% della spesa totale, per Montecitorio. Contro 82 milioni (il 15,3%) per Palazzo Madama. Per arrivare ad un regime di sostenibilità della spesa. Già, sarebbe bello.

 

FONTE: http://www.ilfattoquotidiano.it

Letto 349 volte