Lunedì, 08 Settembre 2014 14:00

la previdenza complementare: come scegliere e quali vantaggi offre

Mentre l'INPS dava notizie di aver difficoltà a coprire le pensioni future, e tanti lavoratori di oggi si vedevano aumentare man mano l'età pensionabile, chi ha potuto è corso ai ripari con fondi di previdenza complementare, tra cui i PIP, i fondi di previdenza complementare personali. Vediamo di cosa si tratta e cosa succederà alla riscossione dei premi, cioè quanto il fisco inciderà sugli importi lordi.

Chi a suo tempo ha scelto dei piani di previdenza complementare - negoziati, aperti o personali - ha preso in considerazione la propria propensione al rischio e l'orizzonte temporale che aveva davanti. Già, perché maggiore è la distanza che separa il lavoratore dall'età della pensione e maggiormente sensato diventa aumentare l'aggressività del portafoglio, magari scegliendo una linea azionaria o, per i più pavidi, una linea bilanciata che poi si sposti verso un profilo più conservativo con l'avvicinarsi della pensione.

Infatti, la scelta più idonea per un piano di durata sostanziosa è quella, in una prima fase, di sfruttare le potenzialità che il mercato azionario offre nel lungo periodo, cercando di rivalutare al meglio il capitale investito. Poi, in una seconda fase, si mettono al riparo gli eventuali guadagni conseguiti. Tutti i fondi pensione, infatti, hanno diverse linee di investimento, da quella più conservativa a quella più aggressiva. Oltretutto, durante la permanenza nel fondo è sempre possibile commutare il meccanismo da una linea all'altra. Ancora, ci sono anche dei prodotti previdenziali detti "life cycle", ciclo di vita, che prevedono un meccanismo di riallocazione automatica sempre per massimizzare e preservare i rendimenti conseguiti.

E proprio per non disperdere il rendimento occorre scegliere oculatamente il costo del fondo pensione oltreché la performance del prodotto stesso. Ossia, occorre valutare bene quanto si versa come rata periodica, quanto incide la trattenuta per spese del gestore e per quanto tempo si pagano tali rate: spese troppo alte del gestore rischiano di abbattere drammaticamente il risultato finale dell'investimento.

E' noto che i fondi pensione negoziali, altrimenti detti i fondi di categoria, sono quelli che costano meno. Poi, a metà strada troviamo i fondi pensione aperti e - peggio di tutti in termini di costi - i PIP. Attenzione, parliamo di valori medi: il valore da valutare è quello ovviamente della specifica proposta, che potrebbe divergere anche sensibilmente dalla media della categoria di prodotto.

Ed arriviamo ad uno dei punti chiave della questione: i benefici fiscali. Il discorso è relativamente semplice, in quanto poco cambia nella sostanza tra le varie forme di previdenza complementare. Il trattamento fiscale, infatti, è lo stesso per tutti i prodotti, con i rendimenti che sono tassati con aliquota agevolata all'11,5%, trattenuta ogni anno dal rendimento del fondo. Quindi, il rendimento netto è mediamente alto proprio perché, a differenza di altri prodotti tassati al 26%, per i piani di previdenza complementare la tassazione è meno della metà.

A dirla tutta, l'aliquota è stata recentemente innalzata rispetto al precedente valore dell'11%, ma nella sostanza poco cambia: rimane comunque una fiscalità molto vantaggiosa rispetto anche ad altre forme di risparmio finanziario agevolate, come i titoli di Stato italiani e di Stati esteri compresi nella cosiddetta white list - dove la tassazione è del 12,5%.

Ancora, come spiega il COVIP (COmitato di VIgilanza sui fondi Pensione), i vantaggi sussistono per la deducibilità dei contributi versati, che infatti possono essere dedotti dal reddito imponibile nella misura massima di 5.164,57 euro ogni anno. Ovviamente, i contributi saranno poi tassati al momento dell'erogazione della pensione, ma anche in questo caso con agevolazioni notevoli: non secondo la fascia di reddito pertinente, ma con un'aliquota massima del 15%, che oltretutto si riduce progressivamente in funzione degli anni di iscrizione alla forma complementare. In dettaglio, infatti, dal sedicesimo anno di permanenza l'aliquota si riduce di uno 0,30% per ogni anno di partecipazione, fino ad arrivare a un minimo del 9%: a conti fatti, per godere di un'aliquota del 9% è necessaria una permanenza nel fondo di almeno 35 anni, situazione non banale ma neanche impossibile.

Discorso analogo vale per il trattamento di fine rapporto (TFR) relativo alla previdenza complementare, il quale alla scadenza subirà la medesima tassazione agevolata proprio perché concorrerà a formare la pensione complementare.

Ma facciamo attenzione: se il TFR se viene mantenuto in azienda la situazione sarà ben diversa - e peggiore - perché il TFR subirà una la tassazione separata con un'aliquota calcolata come media tra le 5 aliquote IRPEF - quelle che variano da un minimo del 23% a un massimo del 43 per cento. Già, perchè rimando in azienda il TFR diviene etichettato come reddito, e non come pensione. Ognuno a questo punto si faccia per bene i propri conti.

 

FONTE: http://www.ilsole24ore.com

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