Mercoledì, 01 Luglio 2015 10:43

la Grecia è in default. ecco cosa succederà

Ieri la Grecia non ha saldato la rata al Fondo Monetario Internazionale. E quindi, è in default. Parecchie sono le inevitabili conseguenze di questo atto, tra cui la possibile fine del sostegno alle banche elleniche da parte anche della della BCE.

Come noto, la Grecia non ha pagato a scadenza (ieri) la rata da 1,54 miliardi di euro al FMI. E allora, il portavoce del Fondo Gerry Rice ha dichiarato che il Paese è "in arretrato", formula più morbida solo nella forma del fallimento , o default per dirla diversamente. Incredibile: è il primo mancato pagamento al FMI da parte di un'economia presupposta "sviluppata" nei 71 anni di storia dell'istituto.

Il default non è solo un evento formale: a partire da oggi, la Grecia non potrà più ricevere nuovi aiuti stanziati dall'FMI per 7 miliardi di euro entro la fine dell'anno e per 18 miliardi di euro in tutto. E ricordiamoci che il salvataggio dell'FMI si esaurisce a metà del prossimo anno.

Ancora, Atene dovrà rimborsare all'istituto circa 650 milioni di euro che a suo tempo, a maggio scorso, erano stati corrisposti dal Fondo alla Grecia. Per far ciò il passo è breve: basta attingere alle riserve del Paese depositate presso  lo stesso FMI, seguendo una procedura straordinaria ma avallata dal direttore generale Christine Lagarde proprio in vista della crisi fiscale ellenica.

E non finisce qui: il peggio è per i greci. Oggi si riunisce la BCE per valutare sui fondi ELA (Emergency Liquidity Assistance), cioè la liquidità di emergenza erogata alle banche elleniche. Vista la situazione, il governatore Mario Draghi non può erogare tali sussidi, oltretutto perché ieri è pure scaduto il termine per la proroga degli aiuti dei creditori pubblici (UE, BCE e FMI) ed è mancato per ciò un accordo. In finale, la Grecia è uno Stato fallito e le sue banche si presentano più a rischio dato che la loro affidabilità è fortemente legata al rating sovrano, evidentemente oggi declassato.

Tre sono le possibilità in mano a Mario Draghi: congelare il tetto dei prestiti senza però ufficialmente il programma; oppure, aumentare il limite, di fatto screditando la natura dello stesso ELA - non sarebbe più un piano di salvataggio ma un'erogazione di prestiti in emergenza; oppure ancora, richiedere agli istituti ellenici un collaterale di garanzia maggiore, quindi ampliando lo sconto - oggi tra il 25 e il 30% - applicato sui titoli di stato greci in cambio di liquidità.

L'ultima possibilità sarebbe la più negativa per le quattro banche sistemiche della Grecia. Magari Draghi prima di decidere attenderà prima l'esito del referendum, e quindi oggi potrebbe limitarsi a non aumentare il tetto dei fondi, pregustandosi la ripresa del lungo negoziato con Atene.

L'Eurogruppo intanto si riunisce stamani per discutere la proposta del governo Tsipras di ottenere un terzo salvataggio della durata di 2 anni, oltre a una ristrutturazione del debito pubblico dai termini ancora non chiartiti. Mentre la Germania rimane ferma in attesa di trattare giusto a valle degli esiti del referendum.

A dirla tutta, le richieste del governo ellenico sono parse già da ieri un po' eccessive: se un accordo ci sarà prima del referendum, è credibile che sarà più baricentrato verso i creditori che verso i debitori.creditori. E si capisce anche la tattica del premier Alexis Tsipras nelle ultime 24 ore: fare credere ai greci, spaventati e arrabbiati per i controlli sui capitali di questi giorni, che il loro governo stia trattando fino all'ultimo con Bruxelles, nel frattempo alzando il più possibile il prezzo della trattativa anche per uno Stato in evidente debolezza contrattuale.

Ma diciamolo, la Grecia si è cacciata in un vicolo cieco: magari proclamando il referendum Tsipras si illudeva che i creditori sarebbero accorsi ai suoi piedi ed accettato le sue richieste nel tentativo di scongiurare il fallimento del negoziato. Invece, il bluff finora non ha funzionato - oltretutto, le opinioni pubbliche tra cui la Germania hanno giudicato questo atteggiamento irresponsabile e irrispettoso dei contribuenti del resto dell'Eurozona, spingendo i rispettivi governi a irrigidirsi anziché aprirsi di più. Per la Merkel far digerire un accordo ai tedeschi, quando il 60% di loro è contrario, non è un'ipotesi politicamente accettabile: ecco che è meglio attendere l'esito del referendum aspettandosi di irrobustire la propria posizione contrattuale, già oggi assolutamente di forza.

 

FONTE: http://www.investireoggi.it

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