Martedì, 11 Dicembre 2012 19:47

l'indipendenza islandese contro la crisi: chi ci aveva creduto?

Su internet o per passaparola gira la voce della ricetta islandese alla crisi dei mercati finanziari: una rivoluzione popolare che ha rivendicato la possibilità di mantenere la dignità nazionale contro l'Europa germanocentrica, mentre gli altri stati sovrani non sono in grado di difendere dinnanzi agli interessi della finanza mondiale e, in particolare, alle politiche del Fondo Monetario Internazionale. Una balla completa. Scopriamo i fatti.

Alzi la mano chi non ha mai sentito del "mito" dell'Islanda che avrebbe mandato finanzieri e istituzioni internazionali a quel paese, semplicemente manifestando con un apposito referendum la volontà di ripudiare il debito pubblico che altrimenti sarebbe gravato sulle tasche dei cittadini e quindi non accettando le misure lacrime e sangue applicate in altri Stati, primo tra tutti la Grecia. Sembra facile a dirsi, vero?

Vediamo quanto c'è di vero. Iniziamo dagli anni novanta, precisamente nel 1998: in Islanda il governo decide di privatizzare le banche, fino a quel momento di proprietà statale. Nascono tre istituti: Landsbanki, Glitnir e Kaupthing, che iniziarono a erogare crediti in misura crescente, portando il livello delle loro attività dal 100% del PIL del 2000 al 450% del PIL nel 2007. In pratica, si erano scoperte oltremisura sulla moneta locale.

Senonché, la loro finanza viene travolta a seguito del crollo di Lehman Brothers, e con essa l’intera economia islandese: la corona, misura dei loro crediti, si svaluta fino a un picco dell’85%, mediamente del 35%. Il Paese passa dai livello di reddito più alti a quelli più bassi d'Europa. Già, ma perché la corona islandese era così sensibile ai mercati esteri? Facile: negli anni precedenti la crisi, i tassi furono mantenuti alti dal governo (5-6%), per cercare di attirare investimenti in un’economia che deve importare un po' tutto, a causa delle sue condizioni geo-climatiche. Ma così facendo la valuta diventa vulnerabile ai prezzi delle materie prime e degli altri beni importati.

Bene, siamo al tracollo dell'economia dell'isola. Numerose famiglie non sono più in grado di ripagare i mutui, dato che molti finanziamenti erano stati denominati in euro - rivalutatosi contro la corona - e le rate impennano. Mentre l’inflazione galoppa a oltre il 20% nel 2009 (oggi intorno al 6,5%). Tra il 2009 e il 2010 il PIL crolla dell’11%. Nel frattempo, il numero delle famiglie con difficoltà finanziarie raddoppia, portandosi dal 28,5% del 2007 al 51,6% del 2011. E il debito pubblico, che nel 2007 era di appena il 30% del PIL, esplode al 100% in soli quattro anni: 10 miliardi di debito pubblico, più altri 40 miliardi di debito delle banche. Nell’autunno del 2008, le banche islandesi non erano più in grado di rifinanziarsi sul mercato.

Per evitare il tracollo dell’economia nazionale, il premier Geir Haarde fu costretto a chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale, che erogò 1,5 miliardi di euro, a cui si aggiunsero altri 1,7 miliardi di euro da parte degli stati del Nord Europa. Sono prestiti ad interesse, non regali. Inoltre, il governo decise di tutelare i conti correnti, pattuendo con i cittadini di rimborsare quanto da loro depositato, in caso di bancarotta, ma al contempo chiedendo loro di non ritirare i risparmi, affinché la tutela funzionasse: non ci fu così la temuta corsa agli sportelli. Tuttavia, il governo bloccò i conti esteri delle banche controllate da quelle islandesi, impegnandosi però a ripagarne anche i debiti: 4 miliardi di sterline verso i correntisti della filiale britannica di Icesave (controllata da Landsbanki) e altri 1,7 miliardi verso i risparmiatori olandesi della stessa filiale.

Nel frattempo il popolo insorge: prima centinaia e in seguito migliaia di persone ogni giorno protestano - facile arrivare ad una protesta nazionale con solo 320 mila abitanti - chiedendo le dimissioni del governo, la redazione di una nuova Costituzione e soprattutto il divieto di accollarsi perdite private sul bilancio pubblico. Il premier vorrebbe rispettare gli impegni - saldare i debiti intanto con Olanda e Gran Bretagna. Ma il presidente blocca tutto, e nel marzo del 2010 chiama il popolo ad un primo referendum (93% degli islandesi vota contro l’accollamento pubblico dei debiti bancari) seguito da un altro voto di conferma nell'aprile 2011 (stesso risultato, anche se meno netto).

Ovviamente, Haarde nel gennaio 2009 si dimise. Nel mentre, Olanda e Gran Bretagna non intendono certo rinunciare ai loro crediti, vogliono tutelare i propri investitori: il governo di Reykjavik viene quindi portato dinnanzi al tribunale dell’EFTA (European Free Trade Association).

Dopo Haarde arrivo il premier Johanna Sigurdardottir, che mostrò inizialmente la vlontà di rispettare i due referendum. Ma, nei fatti, ha annunciato da poche settimane di volere rimborsare i debiti esteri delle banche private, attraverso l’utilizzo degli asset in vendita di Landsbanki, mentre gli esperti del Fondo Monetario hanno lasciato l'Islanda da oltre un anno solo perché sono stati rifusi tutti i debiti, con nove mesi di anticipo dalla scadenza prevista. Insomma, gli esattori non sono stati cacciati dalla volontà popolare ma sono tornati a casa con i sacchi pieni dei denari pretesi. Ancora, mentre l'attuale governo sta continuando nell'immane sforzo di andar pari coi debiti verso tutti i creditori, compreso il debito privato estero delle sue banche, nel 2009 ha fatto addirittura domanda di fare ingresso nella Unione Europea.

E non certo perché naviga in buone acque: alta inflazione, cambio oscillante, debito al 100% del PIL, disoccupazione al 7% (ma con punte del 10% nel 2009 e con fuga di cervelli verso la Norvegia), governi che decidono fregandosene dei referendum (buffo, per un Paese che ha riformato la Costituzione con proposte da parte dei cittadini su internet).

Oggi l'Islanda sembra in leggera ripresa, ma solo grazie ad una forte svalutazione sui mercati della corona, che ha rilanciato le esportazioni, nonché dalla veloce riconversione dell’economia verso il settore ittico, traino tradizionale del reddito nazionale. Ancora una volta, facile in una Nazione di 320 mila abitanti.

 

FONTE: http://www.investireoggi.it

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