Venerdì, 05 Febbraio 2016 16:48

insultare con un'email è reato, secondo la Cassazione

Stando ad una sentenza della Corte di Cassazione, mandare insulti tutto sommato comuni nel gergo quotidiano, come "cialtrone” o “fascista”, veicolati attraverso l'email costituisce un reato di diffamazione, ai sensi dell'articolo 595 del codice penale. 

Andiamo al caso specifico. Le offese in questione sono proprio “cialtrone” e “fascista”, e sono state inviate a mezzo email al conduttore di una trasmissione radiofonica (per la precisione, inviate all’indirizzo della redazione). Ebbene, costituiscono reato di diffamazione ai sensi dell'articolo summenzionato del codice penale. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, quinta sezione penale, con la sentenza n. 2333/2016.

Più in dettaglio, un ascoltatore della trasmissione aveva inviato una email all’indirizzo della redazione radiofonica e al proprio fratello, con il testo "una redazione di cialtroni di destra e del suo conduttore (...) vero fascista (...) del resto cosa ti puoi aspettare da una redazione di servi? Sono abituati a parlare a cazzo". Ancora, l’ascoltatore aveva precedentemente inviato un messaggio di posta elettronica alla stessa redazione con un testo analogo e diffamatorio in cui -udite udite - qualificava il conduttore come un nostalgico dei tempi mussoliniani e bisognoso di un capo.

La giustizia ha guardato diversamente alla vicenda: il giudice di pace aveva chiuso la sua analisi per insussistenza del fatto, sollevando l’ascoltatore dal reato di diffamazione contro il conduttore di una trasmissione radiofonica. Ossia, per il giudice di pace l’imputato, oltretutto iscritto al club degli ascoltatori della trasmissione, aveva in qualche modo esercitato il diritto di critica in linea - con lo strumento messo a disposizione dalla emittente radiofonica per raccogliere le opinioni dei propri radioascoltatori.

Ma la Cassazione, ultima ad esprimersi, non è stata d’accordo: la parte offesa è andata oltre il diritto di critica, con offese personali. Rilevando che l’esercizio del diritto di critica, reale o putativo, richiede sempre il ricorso ad espressioni formalmente rispettose del limite della continenza, cosa che evidentemente non è avvenuta nel caso in questione, dove invece si sono adoperate frasi di attacco personale.

Per la Cassazione, quindi, l’uso dei termini contenuti nelle frasi rivolte al conduttore, e dirette in entrambi i casi alla direzione radiofonica, "appare oggettivamente lesiva della sfera personale e professionale del predetto, e sicuramente esorbitante dai limiti di libera manifestazione del pensiero. Il libero esercizio del diritto di critica non può essere confuso con una indiscriminata ed arbitraria aggressione verbale, soprattutto allorquando lo stesso concetto possa essere espresso senza far ricorso ad epiteti indiscutibilmente offensivi".

Oltretutto, la circostanza che le frasi fossero state pronunciate nel contesto di un forum destinato agli ascoltatori di un programma radiofonico non giustifica né discrimina l’uso di espressioni offensive: semmai, proprio la destinazione ad un numero indeterminato di soggetti rende più grave la portata offensiva delle affermazioni, dato il collegamento automatico tra l’attività professionale del conduttore ed il contesto in cui le espressioni lesive sono state pronunciate.

Volete sapere il finale? La sentenza deve essere comunque annullata senza rinvio agli effetti penali, perché il reato è estinto per decorso dei termini di prescrizione all’epoca dei fatti. Come dire, tanto lavoro di giustizia per nulla.

 

FONTE: http://www.investireoggi.it

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