Martedì, 20 Agosto 2013 10:52

incandidabilità di Berlusconi: comunque una questione politica

PD e M5S insistono sulla incandidabilità automatica del Cavaliere, dopo la sua definitiva condanna passata in giudicato: dovrebbe lasciare la carica di Senatore e restare incandidabile. Peccato che l'automatismo della incandidabilità è stato corretto poco prima dell'approvazione della legge, consentendo alle Camere di decidere autonomamente se tenersi o meno un criminale tra le proprie file. E considerato che Silvio non è l'unico...

PD e Movimento 5 Stelle invocano a gran voce la legge Severino, approvata lo scorso anno, secondo cui il voto della Giunta delle elezioni del Senato e poi del Senato stesso sulla decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di senatore, condannato in via definitiva per frode fiscale sui diritti Mediaset, altro non sarebbe che un adempimento tecnico, un atto formale, una prassi dovuta su cui non c'è niente da decidere.

Ma non è vero: costoro ricordano il testo originario del ministro, e non quello che, al momento più opportuno, alcuni personaggi di palazzo molto lungimiranti hanno "ritoccato". Vediamo in dettaglio.

La bozza di legge entrata in Consiglio dei Ministri il 5 dicembre 2012 era assolutamente netta e chiara: (art.3, comma 1) "Qualora una causa di incandidabilità … sopravvenga nel corso del mandato elettivo, essa comporta la decadenza di diritto della carica, che viene dichiarata dalla Camera di appartenenza" . Nessun dubbio, la Camera di appartenenza, il Senato in questo caso, meramente prende atto ma certo non può evitare la decaduta dalla carica di senatore.

Ma le cose sono andate diversamente. Il testo fu modificato in Consiglio dei Ministri - senza troppo clamore all'epoca, ovviamente - il 6 dicembre 2012 come segue: al comma 1 sparivano le diciture "di diritto" e "ai fini della dichiarazione di decadenza", i quali davano forza all'automatismo di cui sopra, ed in loro vece facevano la comparsa rispettivamente "ai sensi dell'art.66 della Costituzione" e "ai fini della relativa deliberazione".

Non vi è ancora chiaro? Semplice, il Consiglio dei Ministri aveva di fatto stravolto la bozza iniziale, attenuando di gran lunga la portata automatica della previsione del ministro Severino e sostituendola con un atto politico vero e proprio: nessuna decadenza automatica; la Camera di appartenenza ha l'onere di deliberare (cioè, decidere in favore o no) sulla permanenza dell'onorevole in carica. E segue un'altra modifica del testo originale: al comma 2 del medesimo articolo di legge, la dicitura  "dichiarazione di mancata convalida del soggetto incandidabile" viene sostituita da "deliberazione sulla mancata convalida". Stessa logica, non è più una dichiarazione (presa d'atto) ma una delibera (decisione in piena autonomia).

Ed il comma riguarda non solo i parlamentari, ma tutti i candidati eletti per i quali è arrivata una sentenza definitiva di condanna in fase di convalida, ossia prima di insediarsi formalmente in una delle due Camere.

Insomma, il termine "deliberazione" magistralmente introdotto nella versione finale della legge non lascia dubbio alcuno: la decadenza dalla carica di un onorevole o la mancata convalida dell'elezione non sono automatiche, anche quando è intervenuta una sentenza di condanna definitiva. E’ la Camera di appartenenza a dovere "deliberare", decidere nel pieno della sua autonomia se avere tra le sue file un inequivocabile criminale.

A questo punto le dissertazioni del PD sono una sterile "querelle" che  vuole coprire la responsabilità di un atto politico e non meramente tecnico: Berlusconi sarà cacciato o meno dal Senato, ed escluso per sempre dalla politica, solo se i "colleghi" onorevoli lo vorranno, e se ne dovranno assumere la responsabilità di fronte a chi li ha eletti. A meno che non vogliano tenersi stretto un  loro degno "compare".

 

FONTE: http://www.investireoggi.it

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