Sabato, 10 Febbraio 2018 18:39

gli impatti ambientali del Bitcoin

Che impatto ambientale può avere una moneta virtuale? Certo, non ci sono problemi per carta, inchiostro e simili. Ma chiunque fa mining sa bene che vengono dissipate enormi quantità di energia elettrica. E da dove viene l'elettricità?

Torniamo a parlare di Bitcoin, dopo questo articolo. Ma non in termini di guadagno. In termini di impatto ambientale.

Già, perché alla base della diffusione del Bitcoin, della sua sicurezza e delle sue transazioni ci sono i cosiddetti 'miners', computers collegati in rete che compiono complicati calcoli alla base dell'architettura della moneta virtuale. E consumano tanta, tanta energia elettrica.

Per chi ha fatto i conti - citiamo un rapporto pubblicato qualche settimana fa da Morgan Stanley - estrarre un solo Bitcoin consuma elettricità pari al consumo di una famiglia americana in due anni. Il problema è che non si tratta di energia pulita: le 'mining farm' sono in gran parte in Cina, e lì l'energia elettrica è ottenuta da centrali a carbone, molto inquinanti.

Insomma, accanto ai problemi di sostenibilità finanziaria delle monete virtuali - problema ampiamente dibattuto - c'è anche quello della sostenibilità ambientale della blockchain. Infatti, una delle conseguenze più interessanti e certamente non intenzionali dell'aumento di prezzo delle criptomonete è stata l'impennata del consumo globale di energia: più gente mina BItcoin, più lo stesso processo, a parità di quantità di bitcoin ottenuti, diventa difficile. Cioè, più energivoro.

In dettaglio, ciascuna unità di criptovaluta richiede la risoluzione di un complesso problema matematico, processi crittografici lunghi e complicati eseguiti da potenti computer. E, come detto, più bitcoin si creano, più aumenta il tasso di difficoltà dei calcoli, più quindi cresce il fabbisogno di elettricità per ottenerne lo stesso numero.

Gli esperti dell’università di Cambridge affermano che il consumo energetico della rete continuerà a salire nei prossimi mesi, e ciò preoccupa non poco sul fronte della sostenibilità ambientale. Perché appunto, quando il Bitcoin aumenta di valore, più macchine vengono collegate in rete per minare criptovalute e, da ciò, il consumo di energia dei sistemi computazionali cresce esponenzialmente.

In previsione, quest'anno la domanda di energia legata al mining potrebbe triplicare: l'estrazione di Bitcoin arriverà a consumare più di 125 TWatt / ora di elettricità nei prossimi dodici mesi, ossia lo 0,6 percento del consumo mondiale.

Già l'anno scorso i miners non scherzavano: 36 TWatt / ora, quanto uno Stato come il Qatar. Le sei più grandi mining pool, come Antpool o Btcc, sono tutte in Cina. Non a caso: i costi energetici sono economici rispetto a Regno Unito o Stati Uniti: costa poco sia il terreno dove costruire il capannone per i computer che l'elettricità per alimentarli. Ma le centrali elettriche in Cina sono essenzialmente a carbone: un impatto colossale in termini di emissioni nocive dovuto alla bassa qualità degli impianti di fornitura elettrica.

Ancora, secondo uno studio di Garrick Hileman e Michel Rauchs dell'università di Cambridge, la Cina produce circa un quarto di tutta la potenza computazionale necessaria per le criptovalute. Bitmain Technologies, la più grande server farm al mondo, è a Erdors, nella Mongolia interna: otto magazzini in metallo lunghi 100 metri con oltre 25.000 computer dedicati al mining, da soli pari al 4 percento della potenza di elaborazione dell'intera rete di Bitcoin. E funziona con elettricità a carbone.

Ogni operazione in Bitcoin richiederebbe attualmente 80.000 volte più elettricità di una transazione con carta di credito VISA: ecco un altro motivo per cui, aldilà degli scopi speculativi, le monete virtuali non sfondano rispetto alle transazioni con carta di credito.

Il problema sta nella natura peer-to-peer dei Bitcoin: nessuno ha una panoramica detagliata di quanti e quali computer sono collegati, né tantomeno può imporre un mining pià ecosostenibile: vince sempre e solo il criterio di economia dei costi, chissenefrega di come viene ottenuta l'elettricità.

Gli stessi governi stanno concentrando i loro sforzi su come regolamentare le criptovalute - in teoria per evitare traffici illeciti ed evasione fiscale, in pratica per imporre tasse - ma sottovalutano il consumo di energia richiesto dalla tecnologia. Invece, come con qualsiasi prodotto, digitale o fisico, il futuro delle criptovalute sarà determinato alla fine dal modo economicamente più efficace di produrle e sostenerne l'utilizzo.

Ecco allora che grandi compagnie di mining come Hive Blockchain Technologies e Bitfury Group utilizzano energia pulita da paesi come Canada, Islanda e Paraguay. Il mining da energia pulita è possibile ed economicamente valido: persino il creatore di Ethereum, Vitalik Buterin, sta progettando un nuovo token per la moneta virtuale, più efficiente verso l'ambiente e quindi meno energivoro, pensando all'impatto che il consumo di elettricità della rete potrebbe avere sul riscaldamento globale.

 

FONTE: https://www.wired.it

Letto 124 volte