Martedì, 04 Dicembre 2012 20:43

il tempo è denaro. tranne quando ce lo fanno perdere i giudici

In tanti si sono rivolti alla Cassazione per ottenere risarcimento per il tempo perso ad inseguire i disservizi della giustizia, che più volte costringe i propri legali a passare ore ed ore nei tribunali senza risolvere nulla. La Cassazione ha respinto l'ennesimo ricorso: secondo loro è l'avvocato che ha mal gestito il proprio tempo e quindi non è la giustizia pubblica responsabile di ogni effetto finale sul cliente.

Non porta a nulla rivolgersi alla Corte di Cassazione per chiedere il risarcimento delle ore sottratte al tempo libero e al riposo per star dietro alle inefficienze della giustizia italiana. E non li paga certo lo Stato i conti salati degli avvocati costretti a passare nei tribunali e nelle cancellerie più tempo di quello che sarebbe necessario, se il sistema funzionasse in maniera efficiente. Lo hanno sancito con la sentenza 21725 gli Ermellini, i quali hanno respinto il ricorso con cui un avvocato milanese chiedeva di essere risarcito per tutte le ore perse nelle lungaggini burocratiche.

Ma quali sono le ragioni che giustificano una tale sentenza? Presto detto: il "tempo libero" non è un "diritto fondamentale della persona" perché è rimesso alla "esclusiva autodeterminazione del singolo" che deve scegliere tra "l'impegno instancabile nel lavoro e il dedicarsi, invece, a realizzare il proprio tempo libero da lavoro e da ogni occupazione". Pertanto, non ha alcuna importanza "verificare l'entità esatta dei disservizi connessi all'attività di amministrazione della giustizia, né quantificare in modo preciso il numero di ore che un avvocato è costretto a impiegare nello svolgimento di attività che potrebbero essergli risparmiate in presenza di un sistema più efficiente".

Fin qui c'è già materiale per far accapponare la pelle, direte in tanti. Ma non è finita: "poiché l'avvocato è un libero professionista, può ben scegliere e decidere la quantità degli impegni che è in grado di gestire in modo ragionevole. Ossia egli può dosare con adeguata organizzazione professionale e avvalendosi dell'opera di collaboratori, il giusto equilibrio tra lavoro e tempo libero". "Gli esborsi che sarà chiamato a sostenere, anche in termini di sacrificio del proprio tempo libero, saranno posti, entro i limiti consentiti dalle tabelle professionali, a carico dei clienti che abbiano chiesto di avvalersi della sua opera". Insomma, in poche parole: cavoli loro, l'avvocato se la veda con il proprio cliente. Già, perché alla fine è questi che paga.

 

FONTE: http://www.italiaoggi.it

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