Venerdì, 11 Ottobre 2013 14:00

il candidato paga la tassa al partito. e tanto la recupera...

Ennesimo scoop dei grillini: un candidato - nel caso denunciato si tratta del PD - deve pagare un sonoro "contributo" al partito per candidarsi. Ed ovviamente, semmai risultasse vincitore, avrà tutto l'interesse, prima di ogni promessa elettorale, a "recuperare l'investimento", scaricandola al solito Pantalone. Mentre nel frattempo cade nel ridicolo il dibattito sull'abolizione dei finanziamenti pubblici.

Roberto Fico, deputato grillino e presidente della Commissione di Vigilanza sulla RAI, noto alle cronache per le sue denunce sui vizietti della casta, ha reso pubblica una pratica del PD che forse non tutti conoscono. In soldoni, chi vuole candidarsi tra i "democratici" deve versare alle casse del partito dai 25 ai 30 mila euro.

Sono sue parole di qualche settimana fa: "In Italia penso nessuno sappia che per candidarsi nel PD bisogna versare al partito tra i 25mila e i 30mila euro. Questa è una notizia che non ho mai vista in prima pagina sui giornali. Non accetto morale da questi che versano 30 mila euro per candidarsi e poi li devono riprendere".

Da allora, in effetti il silenzio dei democratici potrebbe giustificarsi con un certo imbarazzo, soprattutto in un momento storico così delicato per la discussione sul finanziamento pubblico ai partiti. Ad oggi le repliche del partito di sinistra sono state piuttosto vaghe: una deputata renziana ha ammesso senza sbilanciarsi troppo che "c’è stato chiesto un contributo per le spese elettorali. Il discorso è un po' più articolato: è vero la cifra è di 25 mila euro a candidato, ma chi non ce li aveva non li ha dovuti versare. A me non li hanno chiesti". Un po' nebulosa, direi. E soprattutto, suona da timida ammissione.

Nico Stumpo, già responsabile dell'organizzazione dei democratici durante la segretaria di Pier Luigi Bersani, si esprime in modo più diretto: "non c’è nessun pizzo" - intanto cominciano ad usare la parola giusta, PIZZO - "ma il regolamento per le candidature prevede che i candidati alle elezioni politiche si impegnino a contribuire alle spese che il partito sostiene per la campagna elettorale".

Tutto vero: all'articolo 10 del regolamento per le candidature del PD - liberamente visionabile sul sito istituzionale del partito - c'è un riferimento al versamento in parola, anche se non viene specificata la cifra. Si legge poi che la cifra esatta va concordata tra la tesoreria nazionale e quella regionale perché "dovrà tenere conto della posizione del singolo candidato nella lista".

Anche qui, nuovamente vero: essendo il sistema elettorale de tipo proporzionale a liste bloccate, il famoso Porcellum, è ragionevole che la quota di partecipazione, poi chiamatela come volete, sia direttamente proporzionale alla posizione in lista. D'altronde, decide il partito dove collocare il candidato: un po' come quando si paga la tassa a Google per mettere il proprio in alto tra i risultati delle ricerche.

Oltretutto, i candidati collocati in "fascia insicura", insomma quelli che passano se passa il partito, pagheranno successivamente, una volta ultimato lo spoglio. Magari attingendo direttamente dai loro lauti compensi.

Si sbilancia un po' di più il buon Giuseppe "Pippo" Civati: "ogni deputato e senatore del PD ha versato al partito 30 mila euro al momento della candidatura: alcuni pagano subito in contanti mentre altri, la maggior parte, rateizzano in 5 anni", cioè la durata regolare della legislatura: il rischio nel saldare in anticipo si ha nel caso di crisi di governo prima dei cinque anni - per questo quasi tutti preferiscono pagare a rate.

Conclusione: a quanto pare Fico ha scoperto - per gli addetti ai lavori - l'acqua calda: il supporto del partito alla condidatura si paga, e comunque si ammortizza con lo stipendio da onorevole. Quindi, per la nota proprietà transitiva è ancora una volta Pantalone che paga i partiti. Lo stesso Pantalone che, con il noto referendum del 1993, aveva chiesto a gran voce l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Che, come sappiamo, i furbi onorevoli reintrodussero appena un anno dopo sotto le mentite spoglie di "contributo per le spese elettorali", fregandosene ancora una volta della volontà del popolo elettore.

 

FONTE: http://www.investireoggi.it

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