Mercoledì, 16 Settembre 2015 13:00

i raccomandati: 89 su 100 lavoratori lo sono. alla faccia del curriculum

Parliamoci chiaro: davvero in Italia il curriculum serve ancora? Vediamo le logiche perverse con cui il lavoratore viene reclutato nelle nostre aziende.

Lo sanno tutti: chi cerca lavoro nel Belpaese in molti casi non ne possiede neanche uno aggiornato. Ed allora su che base sceglie chi deve assumere personale?

La prima domanda che si pone il giovane in possesso di (in)utili titoli di studio si chiede: come trovare lavoro? Per prima cosa, dicono in giro, serve scrivere un curriculum. Sarà vero? Il CV non serve più, questa la triste realtà nostrana, o almeno questo è, in molti casi, quello che emerge dai dati ISTAT sulle più recenti assunzioni in Italia.

La domanda rimane: e allora, come si scelgono i candidati da assumere? Dai, lo sappiamo tutti: con un altro vecchio sistema che, evidentemente, non è caduto in disuso.

La raccomandazione, ecco il sistema che, per l'ISTAT, trova lavoratori nell'89% dei casi.

Questa brutta parola, raccomandati, racchiude in sé due accezioni non del tutto coincidenti nel significato. Infatti, in senso più dispregiativo si riferisce all'agevolazione di un candidato, a prescindere dalle sue competenze - anzi soprattutto in carenza di queste - e solo per vincoli di parentela o di amicizia comuni. E' una piaga purtroppo difficile da estirpare, forse impossibile fintanto che i giudici della materia rimangono della "vecchia scuola".

Ma nel mondo del lavoro esiste anche un'altra raccomandazione, decisamente più velata e forse moralmente più accettabile, che di fatto tiene conto del curriculum vitae verbale più che di quello scritto. Appunto, secondo i dati ISTAT la ricerca del lavoro è sempre più spesso affidata a canali informali: l'89% delle persone, ovvero il 2,3% in più rispetto allo scorso anno, dichiara di avere accesso al colloquio di lavoro per intermediazione di amici e parenti.

E quindi vediamo se è ancora valido il "mito" del CV: la raccomandazione è davvero più influente del curriculum?

In effetti, guadato dal punto di vista del datore di lavoro, si tratta di una questione di fiducia: assumere persone presentate da conoscenze in comune rappresenta una garanzia di affidabilità. Nella premessa che non viene mandato avanti un incompetente "amico di" ma uno che sul campo ha guadagnato la fiducia dei propri datori di lavoro tanto che questi si sbracciano a farne un passa parola.

Questa pratica, diciamo una raccomandazione "positiva", è intuitivamente più diffusa nelle realtà più piccole, sia a livello ambientale che lavorativo, quindi paesi o aziende a gestione familiare. Nelle grandi aziende e negli ambienti di lavoro internazionali invece si chiama “refer a friend” e si basa sulla presentazione da parte di un dipendente di un conoscente esterno. Questo sistema, pensate un po', è istituzionalizzato tanto che sono previste anche commissioni per l'intermediario che aiuta il datore di lavoro nella ricerca del candidato ideale. E comunque il candidato deve sottoporsi ai regolari colloqui e presentare in ogni caso il curriculum: da questo punto di vista, non ha a disposizione canali agevolati rispetto agli altri candidati ma solo una sorta presentazione preliminare.

A conti fatti, la  raccomandazione positiva è una sorta di sistema passa parola stile "ebay": raccogli i feedback dei datori di lavoro e quindi sei "famoso" agli occhi del tuo desiderato datorie di lavoro. Ma le regole che si applicano agli altri, CV compreso, sono le stesse per tutti. QUesto è un sistema mlto caro alle aziende estere, soprattutto in ambiente anglosassone. Da noi però la raccomandazione più usata è quella che porta i soliti parenti o amici dei potenti in posizione di comando assolutamente immeritate.

 

FONTE: http://www.investireoggi.it

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